APPENNINI RESISTENTI –

Condividiamo un interessante articolo scritto da Andrea Semplici per Terre di mezzo: qui il link all’articolo

Appennini Resistenti – Terre di Mezzo magazine

 

Appennini resistenti

 

A un’ora da Milano e Genova, le valli Curone e Borbera sono uno scrigno di tesori. Insidiato dagli speculatori.

Attraverso le valli di notte. E mi perdo in una nebbia fitta. Ad Arpicella, paese che non riesco nemmeno a intuire, finisco dritto in una vigna. Mi arrampico per tornanti improvvisi, scollino, tiro il fiato e subito ridiscendo per vie lillipuziane che si disperdono in bivi, deviazioni, crocicchi, strade poderali. Scopro che da queste parti è nato Fausto Coppi che, con i rapporti di allora, mai si alzava sui pedali lungo l’impennata che porta a casa sua. Alla fine muore anche il mio cellulare (questa terra è marginale anche per gli squali della telefonia) e la carta stradale non mi aiuta. Cerco un bar aperto, la luce di qualche abitazione. Niente da fare. La nebbia confonde, ho la sensazione di essere in un deserto. Ma ne intravedo, in un momento di perfezione, la splendente bellezza rurale quando, a Casasco (il paese è una macchia scura), mi ritrovo sopra la coltre dell’umidità. Labirinto di valli e vallecole. I torrenti (il Curone, il Borbera, il Grue, l’Ossona, lo Spinti, la Trebbia. Quanti altri?) trascinano praterie di ghiaie, le loro acque hanno il colore del ghiaccio.

Qui gli Appennini, figli di Pen, divinità ligure dei boschi, cominciano la loro discesa a Sud. La pianura Padana è laggiù e spinge la nebbia  verso le colline. Anche il mare, fronte contrapposto, è a un passo. Oltre, le montagne che con l’Ebro toccano i 1.700 metri. Scontro di venti e di climi. Artico e Mediterraneo. Sfida di dialetti fra una valle e l’altra: in val Borbera sono liguri, adorano il pesto e le vecchie case hanno tinte color pastello; la val Curone, invece, guarda alla pianura lombarda e i lunghi inverni sono scaldati dalla panissa, corposa zuppa di riso e salami. Dove sono finito?

Ho lasciato il casello dell’autostrada nemmeno un quarto d’ora fa e sono in un altro universo. In un altro tempo. Se non fosse per l’aria di campagna, per la dolcezza selvatica delle colline, giurerei di trovarmi in un paesaggio alpino. Verdissimo ed esuberante in estate, color del piombo e rannicchiato negli inverni. O anche più: potremmo essere in terre bretoni o scozzesi. Mi raccontano di un castelliere neolitico, il Guardamonte, smarrito sui pianori. Sulla frontiera Sud delle valli, un’immensa ripa frana nel letto del torrente Borbera: ha la grandiosità di un orizzonte patagonico. Perdonatemi la confusione geografica (colpa della nebbia, immagino), è davvero tempo di spiegare dove si trova questa Italia remota, montanara, lontana, taciturna, chiusa in se stessa. Ecco la sorpresa: sta a un’ora da Genova e un’ora da Milano. La capitale più lontana è Torino.

Ma questo è Piemonte. Provincia contadina di Alessandria. Qua attorno c’è (c’era?) il triangolo industriale italiano (gli indotti Fiat, l’Italsider, la Michelin…). Eppure queste valli, così uguali e così diverse fra loro, sono solitarie, spopolate, quasi abbandonate. “Qui è avvenuto il più forte declino demografico di tutto il Nord Italia“, avvertono i sociologi. “Gli Appennini non hanno mai avuto un Messner che li difendesse”, sospira, a Dova Superiore, fra Piemonte e Liguria, don Luciano Maggiolo, 72 anni, ostinato prete di montagna, parroco di undici paesi senza abitanti. Queste valli sono periferie a un passo dal cuore economico dell’Italia. Meglio ancora: sono confini estremi di quattro regioni, frontiere irragionevoli di Piemonte, Lombardia, Liguria ed Emilia. Le amministrazioni di quattro province (Alessandria, Genova, Piacenza, Pavia) qui si incrociano una con l’altra come le valli e i crinali. È così che il centro (Genova, Milano, Torino) si dimentica di terre troppo lontane. Mentre queste valli meriterebbero attenzione, cura, pensiero. Perché sono uno specchio nitido di quanto è accaduto nel nostro mondo. E di quanto sta accadendo.

In principio, la malinconia
Per qualche giorno, nelle valli, incontro solo pessimisti. Quasi mi deprimo con gente che ha addosso malinconie e rassegnazioni. E mi trovo a pensare che non hanno torto. “Qui ci sono solo i resti”, mi dice don Luciano.
Sono rimasti in sette a Dova Superiore. Quando don Luciano era ragazzo erano in 400: “Negli ultimi quarant’anni, ho fatto un solo battesimo e un centinaio di funerali”. A Cosola, altro micropaese, è un’auto della Croce rossa ad andare a prendere i due bambini rimasti per portarli a scuola. A Carrega, ultimo borgo della val Borbera, sono in nove a viverci tutto l’anno, il Comune ha un solo dipendente (concorso vinto da un ragazzo dell’Aquila, sopravvissuto al terremoto). Su 12 consiglieri comunali, nove abitano lontano. Il sindaco stesso, Guido Gozzano, 62 anni, sale da Genova una volta a settimana (ma sua madre era di queste valli). Gozzano ha avuto il suo momento di gloria quando, due anni fa, voleva mettere in vendita le case a un euro. Ben si capisce: in queste montagne sono almeno 600 le cascine dimenticate da decenni.
Ventisette comuni di montagna. Undicimila residenti, media di 400 persone a municipio (ma nessuno mi confessa quanti siano i veri abitanti di queste valli), età media superiore ai sessant’anni. Reticolo di paesi solitari, di pascoli senza più vacche.
Il presidente della Comunità montana, Vincenzo Caprile, 61 anni, si alza dalla sedia del suo ufficio di San Sebastiano e si affaccia alla finestra. Mi indica, uno per uno, una mezza dozzina di casolari e poderi abbandonati. Mi dice: “Qui l’economia sono le pensioni”. I giovani rimasti sono costretti a fare i pendolari con Tortona, Voghera o Pavia. “Se ne andranno tutti”, mi immalinconisce il vecchio presidente. Cerco di consolarmi con i nomi meravigliosi dei borghi dimenticati: si chiamano Rivarossa, Cartasegna, Zebedassi, Merlassino, Bruciamonica, Strappasese, Fontanachiusa, Magioncalda. Ho voglia di andarci a passare un po’ di tempo. Il sindaco Gozzano mi parla di Reneuzzi, un’ora di cammino dalla strada asfaltata. L’ultimo abitante se ne andò nel 1961. E lui sogna una resurrezione.

I grandi progetti vengono da fuori
Ho momenti di sbandamento quando mi raccontano dei grandi progetti per questi valli. Alcuni sono già stati realizzati. Poco più di un anno fa, inaugurazione finale di un campo da golf a diciotto buche. A Momperone, 223 abitanti, in val Curone. Campo da 74 ettari, dieci milioni di euro di investimenti. Quattro pubblici e sei privati  (ma non ho trovato concordia attorno a queste cifre). So che la gestione è affidata, per quarant’anni, a Biffi, società bergamasca leader dell’impiantistica sportiva. Vincenzo Caprile mi parla di quindici posti di lavoro. Penso che sono costati una bella cifra.

In questi mesi, poi, si deciderà il destino dei crinali: tre grandi gruppi privati (Equipe group -potente holdig bergamasca, energia, distribuzione, immobiliare-, Concilium -roba delle fondazioni bancarie piemontesi- ed Enel green power) si contendono, coltello fra i denti, il vento che soffia su queste montagne. Affare da magnati: 250 milioni di euro per tirar su 42 pale, alte più di 130 metri, disseminate sui pascoli dei costoni appenninici del monte Giarolo. Business che spezza le microamministrazioni pubbliche dei comuni, tutte con i salvadanai vuoti.

Immagino Manlio Garibaldi, sindaco di Cabella Ligure (meno di 600 abitanti), mentre, in solitudine e in disaccordo con i colleghi delle valli, sigla un’intesa con i manager in grisaglia grigia di Equipe group. “È assurdo che venga venduta la dote più bella del nostro patrimonio: i crinali delle montagne sono la nostra ricchezza”, mi spiegano Giuseppe Raggi e Claudio Gnoli del comitato che si batte contro il megaprogetto eolico. Sento dire: “I sindaci qui aspettano la salvezza da fuori. E da fuori viene solo chi vuole trasformarci in una Brianza”.

E ancora: ascolto, perplesso, parlare di adventure park, piste di bob estivo e della setta indiana di Sashaja Yoga che ha eletto Cabella come centro degli incontri annuali dei suoi fedeli (2mila persone che si accalcano nella val Borbera). Albergatori e commercianti strafelici e castello Doria comprato dalla comunità fondata dalla Shri Mataji, la santona, come è conosciuta dai valligiani. Nei territori di periferia accade di tutto.

Mille anime, mille verità
Lentamente, dalla nebbia della mia prima notte in queste valli, appare, alta su un colle, la cascina di Montesoro. E capisco che il mondo, anche in queste terre, ha mille verità. Ottavio Rube ha 58 anni, capelli bianchi disordinati, una folta barba e occhi scintillanti. È un contadino. Famoso. Un contadino che parla, discute, si appassiona. Come se volesse dimostrare che non è vero che da queste parti si è chiusi (lo sono. Ma lui no). È fra i fondatori storici di “Valli unite“, una cooperativa da leggenda per chi ha sempre creduto in un “altro mondo possibile”. Esiste, a dar retta all’anagrafe, da trent’anni (in realtà gli anni sono ben di più). Fanno vino, salumi, carni. Tutto biologico. Ha uno spaccio, fornisce gruppi di acquisto, dà ospitalità. Via il romanticismo no-global: bilancio da 600mila euro di fatturato all’anno, 70mila bottiglie (barbera, dolcetto, timorasso) vendute anche in California. Trentaquattro soci (ma solo i quattro fondatori sono nati qui, gli altri vengono da fuori). Oramai siamo alla terza generazione. Paga oraria di 4 euro e quaranta. Uguale per tutti. Fate i conti: nessuno guadagna più di 10mila euro l’anno. Ma servizi e acquisti sono in comune. Per i soci, il vino è gratis. Una gran bella storia.

Più di trent’anni fa, tre ragazzi, amici per la pelle, volevano fare i contadini. Ne erano figli e volevano rimanere sulle loro terre. Riaprirono le stalle, quando tutte erano già chiuse. Ripresero i cammini verso i pascoli alti, quando la montagna era già un deserto. Misero su una cooperativa in una terra gelosa e diffidente. “Abbiamo dimostrato che è possibile vivere facendo i contadini”, dice Ottavio.
Attorno alla tavolata del mezzogiorno, decine e decine di persone, è un intrico di storie. Alessandro Poretti, 34 anni, capelli rasta, è arrivato qui appena cinque anni fa. Viene da Varese. È l’uomo del vino, oltre che presidente della cooperativa: “Questa era la vita che volevo fare”. Parla per ore di biologico. Ha un sorriso contagioso.

Le valli si spopolano? Non è così a Costa Vescovato, il paese di Valli unite. Qui, mi raccontano, ci sono 42 bambini sotto i 12 anni (sette o otto sono della gente della cooperativa), ci sono sei etichette di vini da gioia, una buona locanda, una decina di impianti fotovoltaici e, al mattino, bisogna contendersi la focaccia del forno. Trent’anni fa anche questo posto sembrava destinato all’agonia. Oggi appare risorto. I ragazzi (invecchiati, almeno i fondatori) di Valli unite hanno dato esempio: sono stati e sono economia della valle.

Punto con decisione verso l’alta montagna. Verso i crinali dell’Appennino. La strada sembra non finire mai. So che il ghiaccio della galaverna potrebbe bloccarmi quassù. Ma voglio arrivare a Dova superiore, località da sette abitanti (ma le case vuote sono ben restaurate: ci vengono in estate) di don Luciano. Voglio conoscere “Terre bianche”, la cooperativa che ha fondato trent’anni fa. E voglio conoscere Simona ed Enzo. Hanno poco più di quarant’anni. Entrambi genovesi. Enzo faceva l’idraulico, Simona l’orafa. Ora, nella piccola cooperativa (tre soci lavoratori e 21 che hanno dato i terreni) allevano vacche da carne (ventuno animali nella stalla), gestiscono una locanda, preparano marmellate di rosa canina (600 vasetti quest’anno). Microbilancio da 50mila euro. Un’altra storia rispetto a Valli unite. E storie diverse sono quelle di Enzo e Simona: ora sono una coppia, ma hanno lasciato il mar Ligure ognuno per conto suo. Si sono conosciuti qui a Dova.

“Non potevo più reggere i ritmi del mio lavoro. Si viveva solo per i soldi”, racconta Enzo. Intuisco la sua storia. Un giorno gli parlano di un prete solitario. “Sono venuto, mi sono guardato attorno, ho insistito. La campagna era il mio sogno e l’ho realizzato”. Facile, in fondo. E faticoso. Sveglia alle sei del mattino. Stalla da pulire due volte al giorno. Simona è arrivata un anno e mezzo fa. Un matrimonio finito alle spalle. Un periodo difficile. “Ho trovato un’isola”. Mi guardo attorno, assaggio il formaggio, la loro carne, le marmellate. Ora un’altra coppia verrà a vivere qua portando in dote una microazienda di confetture, sottoli e mostarde. Tre gruppi di acquisto milanesi comprano le carni di Dova. La locanda, in estate, è sempre piena. Si può vivere, e bene, ai mille metri di questo solitario crinale di Appennino.

Ridiscendo verso il greto del Borbera. Devio per Mongiardino. Conosco da tempo la storia di Roberto Grattone, 45 anni, e Agata Marescotti, 57 anni. A loro si deve la resurrezione del “Montebore”, formaggio buonissimo e singolare: è una sorta di piccola torta nuziale a tre strati, tre formelle di robiola che si saldano una all’altra. Settantacinque per cento di latte di vacca, 25 per cento di pecora. Quattro mesi di stagionatura al massimo. Formaggio celebre alla corte medioevale degli Sforza. Trent’anni fa ne venne prodotta l’ultima forma. Il casaro vendette le sue pecore e chiuse le stalle. Rimase solo una donna (va ricordata: si chiamava Carolina Bracco) capace di fare questo formaggio. Fu lei a insegnarne i segreti a Roberto e Agata. Che decisero, contro le loro stesse famiglie, di farne la loro vita e il loro lavoro.

“Per anni i nostri genitori hanno cercato di convincerci a lasciare la valle -ricordano-. Ci dicevano che qui non c’era futuro”. Per fortuna (nostra), Roberto e Agata sono stati testardi: nel 1999, portarono cinque forme di Montebore a una festa di Slow food e il guru Carlin Petrini non perse l’occasione: “È la rinascita di un territorio”. Quel formaggio divenne presidio Slow food, prodotto da gourmet. Oggi Roberto e Agata, fra mille difficoltà (lei non ha smesso di fare anche la postina, hanno un ristorante aperto nei fine settimana, lavorano da matti), producono 500 forme a settimana di Montebore.

Ogni storia ne tira un’altra
Questa terra, così mal-detta dai suoi amministratori, mi appare colma di piccoli tesori. Le uve del timorasso, vitigno dato per estinto e risorto con gloria (è il vino bianco piemontese più richiesto), le mele Carla, il formaggio Montebore, la ciliegia Bella di Garbagna, i tartufi, le fagiolane (una vera delizia, ma un solo produttore in val Borbera), i salami, le pesche di Volpedo. Certo, nessuno di questi prodotti è facile. La fatica dei contadini era (è) immensa. Ma, in queste valli, c’è una geografia preziosa. Quattro prodotti sono presidi Slow food. Ci sono microstorie. Ci sono nuovi valligiani che, all’insaputa uno dell’altro, stanno provando a creare un’altra economia, anche se fare rete sembra impossibile. “Non vi è bisogno di grandi progetti -dice Silvia Passerini, architetto milanese, innamorata di queste terre-. Basterebbe che venissero valorizzate le risorse che queste valli hanno. Che ci fossero luoghi di incontro fra tutti coloro che qui vivono e vogliono lavorare”.

Dopo l’affollato pranzo di Valli unite, Ottavio Rube mi porta nei campi. Mi mostra la stalla, memoria della cooperativa. Costruita con legni di recupero. La scrofa ha appena partorito e fra i cuccioli appaiono, figli inattesi, due cinghialetti. Più in alto, la vigna del timorasso ha fermato l’erosione di una collina: è un capolavoro degno di architetti vignaioli. C’è il cumulo della legna da ardere. La nebbia si alza e mostra valli contrapposte. Spuntano campanili e chiese. Foto colossali di Coppi appese alle pareti delle case. I cartelli delle vinerie. Uno spaventapasseri, senza lavoro in inverno, sonnecchia fra le stoppie dell’orto. Ecco la cantina. Botti in acciaio, ma Ottavio accarezza solo quelle in legno. Camminiamo per un paio di ore al confine fra sole e nebbia. Suole di fango. Salita, crinale, discesa. Passiamo per il paese. Di nuovo salita. Ho come la sensazione che Ottavio abbia voluto farmi capire le sue valli senza usare le parole. Bastano gli occhi.

Scritto da Andrea Semplici

Redazione

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