Da Paraloup si vede il mondo

Paraloup, la più alta borgata del comune di Rittana, in valle Stura, significa letteralmente «rifugio dai lupi». Qui, dopo l’8 settembre 1943 si è formata la prima banda partigiana di Giustizia e Libertà, guidata da Duccio Galimberti e Nuto Revelli: «Mio padre arrivò a Paraloup nel gennaio ’44 con un parabellum in spalla» ricorda il figlio Marco. Con loro, uno «strano esercito», fatto di operai, studenti, contadini e artigiani. Dopo la guerra, Nuto ha continuato a seguire e testimoniare le resistenze di quel mondo, diventato in fretta Il mondo dei vinti: gran parte delle valli abbandonate per la rincorsa alle fabbriche delle città. E Paraloup, come tanti altri paesi della zona, non ha fatto eccezione. Oggi, però, la Fondazione Nuto Revelli Onlus sta cercando di trasformare il borgo da margine in rovina a centro di una doppia memoria: della guerra partigiana e della civiltà contadina. Nel 2010 sono così state recuperate le prime baite, che nell’estate del 2011 si sono fatte teatro del Festival del ritorno ai luoghi abbandonati, ospitando dibattiti, laboratori, workshop e occasioni di confronto con altre realtà italiane ed europee. Perché l’abitare, di chi ha scelto di restare o di tornare, abbia una coscienza. E perché la memoria sia forza motrice per dare vita a nuovi paradigmi e modelli sociali per il futuro.

Si arriva a Paraloup, seguendo il sentiero che prosegue la sterrata da cui siamo saliti. Oggi le sue baite sono tornate alla vita. Testimoni di cosa c’è stato e ora non c’è più, e insieme monumenti a quello che ancora non si vede ma potrà essere. Il ritorno di Paraloup è iniziato un altro 25 aprile, quello del 2006, quando Teo De Luigi, dopo una proiezione al castello di Verduno del suo film documentario su Duccio Galimerti, ha lanciato un’idea: recuperare la borgata. Incrociamo un vicolo perpendicolare, che segue la massima pendenza. La strada si allarga in una specie di belvedere. Attorno ci sono i locali già recuperati e altri ancora da terminare: il forno comunitario, il museo, la biblioteca, l’area ristoro, un fienile, gli spazi comunitari e le foresterie. Qui, ci aspetta Antonella Tarpino: autrice, tra gli altri, di Geografie della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani (Einaudi 2008), Il paese che non c’è (Communitas, 57, dicembre 2011) – di cui è stata curatrice con Vito Teti – e Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro, di prossima uscita. Con la Fondazione Nuto Revelli Onlus, di cui fa parte, ha seguito il recupero della borgata.

A Paraloup non si torna soltanto: da qui si riparte, con le parole di chi ritorna. L’impressione più forte, maturata negli anni, è che da un luogo così si vedono le cose in maniera radicalmente diversa: cambiano i significati del nostro vocabolario stereotipato. Pensiamo a «limite» o «sostenibilità», per esempio: in baite di montagna a 1300 metri il senso di parole come queste è palpabile. Si comprende il segnale profondo che restituiscono, una tensione autentica verso «l’autoprotezione» della vita umana e degli equilibri ambientali che l’abitare o il produrre devono comportare. Interpretano lì, nel cuore di un luogo in abbandono, le vere parole del futuro. Anche un termine solenne e antico come «memoria» ne esce rovesciato. Nelle immagini ancora vivide della Resistenza che ha vinto – quella di Duccio Galimberti, Nuto Revelli e i loro uomini –, ma anche nei ricordi delle tante resistenze che altrettanti montanari senza nome hanno opposto al freddo, alla neve, al cibo scarso, la memoria si propone per quello che realmente è: non un dato di fatto, ma una faticosa battaglia per contendere ancora un posto, un futuro, nello spazio pubblico del presente. Così che quelle memorie si facciano interrogazione urgente, misura critica, di cosa è stato ma soprattutto di cosa abbiamo davanti. E Paraloup non è sola, anzi: contando piccole borgate e gruppi di case in rovina, ce ne sono più di novanta solo tra Rittana e Valloriate. È stata l’apocalisse del mondo dei vinti, l’abbandono della montagna per le fabbriche della pianura a trascinare a valle il 70% della gente della valle Stura, e lo stesso vale per la val Maira. Ma l’abbandono è un fenomeno ancora più esteso: unifica da Nord a Sud l’intero Paese lungo la dorsale appenninica, in una sorta di celebrazione al contrario dell’Unità. Difficile contare tutte le borgate morte, appese a crinali tagliati fuori dalle reti stradali e dai traffici negli anni cruciali dello sviluppo. Emblematici da questo punto di vista, gli antichi borghi in rovina della Calabria aspromontana: spenti dalla miseria, dalle continue alluvioni, dai terremoti e poi replicati, nel nome, lungo le coste e le marine a partire dagli anni Cinquanta. «Troppo vuoti e troppo pieni» dice l’antropologo Vito Teti.

Dopo la coscienza di classe e quella di genere, allora forse la sfida del nostro tempo è far emergere una coscienza di territorio. Anche se la parola «territorio» è pericolosa da maneggiare – il mito del sangue e del suolo ha ancora presa nelle coreografie leghiste – penso che la nuova forma della cittadinanza che verrà sia un’inedita coscienza territoriale, maturata per lo più in aree ai margini, minacciate da vicino dalle macerie di uno sviluppo imploso. Nell’intento civile di difendere, a Nord come a Sud, il paesaggio che si è prodotto nel tempo, perché quella storia continui a star dentro al nostro raggio di esperienza. E perché quel residuo ottico, con le sue tracce del passato, sia percepito come un bene comune qual è. Sono sempre più i territori, tanto più quelli ai margini con i loro estenuati baluardi, a offrire le ragioni profonde dello stare insieme delle comunità in sofferenza e di chi cerchi nuove strade. Tra utopie e contraddizioni, si intravedono così mondi in lento movimento che, proprio grazie a una contaminazione tra memoria e aspettative di futuro, pongono le basi per pratiche di buona politica. Sono forse proprio le macerie del presente a farci rivolgere oggi uno sguardo nuovo sui tanti luoghi dell’abbandono che sono stati relegati gradualmente ai «margini» dell’asse dello sviluppo. Perché quando il centro, il motore di un progresso che sembrava inarrestabile, vacilla e si popola di macerie, è come se «lavorasse al contrario» producendo non più risorse ma bolle, edifici esplosi nella ruggine, abbandonati dal lavoro. Ecco allora che i luoghi ai «margini» ritrovano una sia pur precaria visibilità, traendo alimento, in forma speculare, proprio dal pesante ripiegare del «centro», investito da una crisi globale di sistema. Diviene così istintivo – penso ai vetri inerti dello stabilimento Olivetti di Ivrea o ai vuoti aperti nel centro della Torino post-industriale – cambiare il punto di osservazione. E forse andare oltre, perché quando in macerie non sono solo gli edifici ma i paradigmi stessi, gli impianti di pensiero di un’intera epoca che li hanno generati, si può tornare a guardare i margini per comprendere le ragioni di una storia lunga e delle sue sconfitte. Come se, in fondo, fossero anche le nostre. Memoria e futuro, quest’ultimo con i suoi pesanti vuoti d’avvenire, tornano così a sfiorarsi.

 

Questo testo è tratto da OFF. In viaggio nelle città fantasma del Nordovest, di Marco Magnone, con le illustrazioni di Riccardo Cecchetti (Espress Edizioni, Torino 2012).

 

 

Redazione

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