Ghost Town in Italy

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A distanza di giorni mi chiedo ancora se sono venuto

via da Roscigno con addosso la malinconia di

una storia senza lieto fine o la felicità di aver conosciuto

un luogo bellissimo. Rimarrò in bilico fra queste

due sensazioni. Resta lo stupore che ho provato quando

ho mosso i primi passi in piazza Giovanni Nicotera (un

mazziniano radicale che finì ministro dell’Interno con

Depretis e Rudinì). Non è una vera piazza: non assomiglia

a nessun’altra al mondo. Non ha selciato, è una

grande radura. Sì, c’è la fontana, ci sono gli alberi, c’è il

perimetro irregolare di case di pietra. Alcune sono state

restaurate, altre sono pericolanti, altre ancora sbriciolate.

E poi mura crollate, travi spezzate, solai sfondati. Ci sono

portali di pietra, le antiche botteghe sbarrate e in rovina.

La fucina del fabbro, le stalle, le cantine.

Poi c’è la chiesa: San Nicola. La grande Chiesa Madre:

settecentesca, elegante, sconsacrata. È stata abbandonata

quasi mezzo secolo fa. Tre navate, ricca di altari.

Una chiesa del Sud. Rimarrei a guardarla per ore. So che

i ragazzi, nelle notti d’estate, bivaccano in questo pratosagrato

a bere birra, a baciarsi, a fare chiacchiere notturne

e a sognare futuri possibili.

Benvenuti al Sud. Montagne del Cilento, costone dei

monti Alburni. Roscigno significa usignolo. Questa è provincia

di Salerno, però si parla un dialetto potentino. È

più Lucania che Campania. Roscigno Vecchia è una ghost

town, figlia e vittima di una frana che mai si è fermata. È

accerchiata dai torrenti Maiuri e Piano, corsi d’acqua irregolari,

a volte violenti: precipitano verso valle scavando

nell’argilla, si infiltrano sotto le case, rendono da sempre

instabili queste colline scoscese. Questa è l’Italia fragile,

l’Italia ai margini. E i borghi abbandonati sono uno specchio

della nostra contemporaneità.

Cento anni fa, agli inizi del Novecento, due leggi speciali

obbligarono i roscignoli ad abbandonare le loro case.

Avrebbero dovuto trasferirsi un chilometro più a monte.

Non era la prima volta che il paese cercava di sfuggire

alla frana camminando. Si è spostato almeno due volte,

forse tre, nella sua storia. Ma l’ultimo esodo è stato lento

e controvoglia. È durato oltre sessant’anni. L’ultima abitante,

l’amatissima Dorina, è morta più di dieci anni fa.

Oggi, a Roscigno Vecchia, è rimasto solo Beppe. “Un libero

abusivo”, si definisce. È arrivato da queste parti, con brutte

storie alle spalle, agli inizi del 2000. Grande barba, capelli

lunghi, occhi astuti e beffardi. Si è autonominato custode e

guida. Racconta le sue storie e gli abitanti lo lasciano fare,

lo incoraggiano. Mentre io lo evito, e cerco di smarrirmi fra

i vicoli. Scopro così che Roscigno Vecchia non è folclore: è

storia, capace di condizionare la vita di Roscigno Nuova.

Vecchi potentati e nuove tecnologie

Una sola strada arriva a Roscigno Nuova. Frane perenni

(l’ultima quasi un anno fa) hanno interrotto le altre due.

Vie d’accesso chiuse ma, in realtà, ben aperte. Sono percorse

da tutti, perché i divieti qui non valgono.

861 residenti, un solo bambino nato nel 2011: 284 roscignoli

hanno più di 65 anni e 36 sono stranieri (per

lo più romeni, fanno le badanti e i muratori). Ma non

è un Comune povero, tutt’altro: ha una banca in grande

salute, con un nome chilometrico, “Credito cooperativo

di Monte Pruno, di Roscigno e Laurino”, 260 milioni di

euro di raccolta e dieci filiali. E una florida società di trasporti,

nonostante le strade.

Sobbalzo a leggere Wikipedia. C’è scritto: amministrazione

insolita. Mi spiegano: “Ribaltoni: l’opposizione che

va con la maggioranza, e viceversa”. Liti e risse di paese,

insomma. Vecchi rancori incancreniti. Qua la politica è

storia di famiglie e di potentati locali con onorevoli (per

lo più di centrodestra) di riferimento.

Un gruppetto di 40enni sta cercando di mandar all’aria

questi equilibri immutabili. Vecchi amici di infanzia, che

sognano (anche chi è migrato altrove) di tornare alla politica,

di mettere in crisi i feudi di un potere familista.

Tonino, Mimmo, Vito, mi parlano con passione della

loro terra. Si occupano di informatica e vedono il futuro

di Roscigno nelle tecnologie: “Con un pc e una buona

connessione internet possiamo lavorare da qui”. Hanno

creato una pagina su Facebook che conta 690 fan.

Ultima notazione (doveva essere la prima?): questo è

il paese della famiglia di Maurizio Gasparri, presidente

dei senatori Pdl. Qui è nato il padre, proprio a Roscigno

Vecchia. Unica sede politica è un circolo della scomparsa

Alleanza Nazionale.

La Pompei del Novecento

Maria Laura Castellano, 52 anni, napoletana, si era appena

laureata in Storia dell’arte quando, poco meno di

trent’anni fa, a bordo di una 127 azzurra, arrivò in piazza

Nicotera. Era il dopo terremoto dell’Irpinia. contin ua a pag

Libertà “pascendi, lignandi, boscandi”.

La concedeva il conte di Corleto ai contadini di

Roscigno, in un diploma del 1086 dove il nome

del villaggio appare per la prima volta. Diritti

concessi a quei boscaioli solitari che vivevano ai

confini meridionali del suo piccolo feudo, dove

lentamente nacque un paese, come riportano

documenti trecenteschi.

Nel 1515, Roscigno conquista una sua autonomia

municipale: per secoli passa di mano in mano

ai signori locali. I più importanti sono i duchi

Villani, che ne conservano la proprietà fino al ’700.

Qui sono stati costruiti monasteri francescani

e benedettini: il territorio era disseminato di

cappelle e piccole chiese.

Ma la frana condiziona tutta la vita del paese:

documenti del 1753 parlano, con malinconia,

dei terreni “scoscesi e acquosi” e delle case

che “vanno insensibilmente calandosene”. Con

lentezza, si sposta. Cerca terreni più solidi.

Almeno due volte gli abitanti sono costretti

a trasferirsi. Nel 1898 matura la decisione di

un ultimo spostamento. “La scienza, l’arte e

l’esperienza non hanno saputo suggerire altro

mezzo di scampo che quello di trasportare i lari,

nel più breve tempo possibile, in altra località”,

scrive il sindaco Clemente Gasparri. Nel 1902 e nel

1908 due leggi speciali ordinano lo sgombero del

paese. Ma saranno necessari oltre sessant’anni

per convincere i roscignoli a trasferirsi mezzo

Frenesia da ricostruzione: era stata appena creata la nuova

Soprintendenza per i beni archeologici di Salerno-Avellino.

Nel 1982, un giornalista de Il Mattino, Onorato Volzone,

aveva riscoperto Roscigno Vecchia. L’aveva definita

“la Pompei del Novecento”: si batteva per il suo recupero.

E Maria Laura venne mandata in esplorazione: “Non

c’era nessuno. Mi sedetti per riprendermi dalla sorpresa.

Avevo studiato antropologia, ero appassionata del mondo

contadino e ora quella storia era davanti ai miei occhi”.

Maria Laura conobbe zi’ Luigi, con la sua “Nazionale”

fra le dita; Grazia che lavava i panni nella fontana;

Dorina che aveva lasciato l’abito da suora per “pregare

meglio Dio” nella natura del Cilento. Erano gli ultimi tre

abitanti. Maria Laura fece in tempo a vedere ancora trebbiare

il grano con il calpestìo delle vacche: “Era un luogo

cristallizzato”, ricorda.

I contadini, nonostante le leggi speciali di inizio secolo

che li costringevano ad andarsene, hanno resistito fino

all’ultimo. Non avevano i soldi per costruirsi una nuova

casa. I più partivano per le Americhe invece che risalire di

mezzo chilometro la montagna. Senza luce, acqua corrente

o fogne, il paese è sopravvissuto fino agli anni Sessanta.

Solo allora gli emigrati in Svizzera o negli Stati Uniti

cominciarono, infatti, a mandare i risparmi ai parenti.

Fu così possibile permettersi il lusso di una nuova casa. E

Roscigno Vecchia divenne un deserto.

I prestigiatori di fondi europei

Negli anni Ottanta, Maria Laura raccolse attorno a sé i

giovani rimasti e cominciò a recuperare gli attrezzi dei

contadini, i mobili delle antiche case, gli oggetti di una

vita scomparsa. Organizzò mostre, creò il primo museo

della civiltà contadina in Campania. Nacque, allora, la

Pro loco. C’era entusiasmo. Sembrava davvero che il paese

vecchio potesse rinascere e diventare un museo vivente.

Era come se la storia si fosse rimessa in moto.

Nei primi anni del 2000, spuntarono perfino gli americani,

pronipoti di paesani emigrati. Tornati a Roscigno

per un’estate, si innamorarono delle case dei nonni. Volevano

tenerle in vita. Uno di loro, più intraprendente, Tom

L’inchiesta

Resciniti, ha perfino creato una Fondazione e, via internet,

rintracciato i roscignoli dispersi per il mondo. Con

una piccola somma (meno di 20mila dollari, a prestare

fede alla Pro loco) hanno finanziato il recupero di due

edifici. Ogni anno, a settembre, una ventina di “eredi”

continua a ritrovarsi nell’antica piazza Nicotera.

In quella stessa grande piazza, anni fa, atterrò anche

Pippo Baudo. Lo nominarono “ambasciatore di Roscigno”.

Ma il presentatore non è mai più tornato. Alla fine,

i notabili locali smossero i loro referenti politici.

Cominciarono ad arrivare soldi per “salvare” il paese.

Tanti, troppi. Nessuno mi ha confessato una cifra verificabile.

Per sette anni, dal 2000 in poi, a dar retta ai bene

informati, sono piovuti dall’Unione europea dai 5 ai 12

milioni di euro. Io trovo le tracce di tre milioni e mezzo:

999mila destinati alla “messa in sicurezza del centro storico”,

481mila al restauro di “un edificio del borgo rurale”

(più altri 70mila aggiunti dal Comune) e 78mila per

la sistemazione del sentiero pubblico Casalicchio, invaso

da una slavina di pietre nell’inverno scorso.

Ci dovevano essere prestigiatori di fondi nel governo

regionale di Bassolino: Roscigno Vecchia, maledetta dalla

frana, è benedetta dai soldi. Si scatenano appetiti, avidità,

sospetti. “Qui è piovuta una montagna di denaro -si arrabbia

Katiuscia Stio, 37 anni, brava giornalista locale-, e

si è persa la testa: non hanno saputo gestirla”.

Il giocattolo si rompe. Nel 2008 Maria Laura Castellano

scrive un bel libro sulla storia di Roscigno, ma lascia

il paese. Si immalinconisce perfino l’ex soprintendente

Mario De Cunzo, vero protagonista di questa rinascita

(im)possibile. Torna a Roscigno dopo trent’anni e sussurra:

“Forse era meglio lasciarlo morire in pace”.

I restauri appaiono scoordinati, privi di un progetto, di

un’idea. Le antiche finestre vengono sostituite da vetrate.

Si ricostruiscono scale per raggiungere il tetto di una abitazione:

diventano impraticabili pochi mesi dopo. Le case

in rovina rischiano di trascinarsi dietro quelle appena

consolidate. Anche gli americani sembrano perdere entusiasmo,

sembrano delusi. “Non ci sono risorse umane, néchilometro più a monte. I crolli, nonostante

qualche restauro, continuano.

La storia sul web

www.roscignovecchia.it

www.roscignovecchia.com

www.roscigno-vecchia.net

imprenditori che vogliano investire -sostiene Franco Palmieri,

59 anni, presidente da sempre della Pro loco, exvicesindaco,

vicepresidente della banca locale-. Io sogno

ancora il museo all’aperto”. Ma nei bar si accusa la Pro

loco di aver creato un regno a parte a Roscigno Vecchia.

Guerra di fazioni, di famiglie, di consiglieri comunali.

Alla fine vado a parlare con Michele Albanese, 56 anni,

direttore della potente banca locale: “Io sono nato a Roscigno

Vecchia. L’anno prossimo festeggeremo lì i cinquant’anni

del credito cooperativo. Spenderemo 100mila

euro. Due anni fa ho detto a tutti: voglio un progetto,

fate una società, mettete assieme il Comune e i privati, la

banca sarà dietro la rinascita del vecchio paese. Niente da

fare”. Malinconia per malinconia. Non vi dirò chi mi ha

detto quanto sto per scrivere. Ma ne sono rimasto colpito:

“I guai sono cominciati quando qualcuno ha pensato che

si potevano fare i soldi con quelle case in rovina”.

Tra matrimoni, outlet e università

Ingresso a Roscigno Vecchia. Ingorgo di cartelli contraddittori.

Un’ordinanza del Comune, disattesa, vieta di “accedere

o avvicinarsi imprudentemente”. Ma poi si ricorda

che qui siamo nel Parco del Cilento. Un altro cartello celebra

la “valorizzazione degli Alburni”. E ancora, a sorpresa:

questo territorio è patrimonio dell’Unesco.

Ogni estate, i ragazzi organizzano un festival musicale.

Si chiama Blood Ties, “Legami di sangue”. “Noi ci sentiamo

figli di Roscigno Vecchia”, mi dice Katiuscia Stio.

Nel bene e nel male, questo luogo non vuole morire.

Chiedo in giro: “Ma voi che ci fareste a Roscigno Vecchia?”.

“Il modello è Civita di Bagnoregio -spiega Tonino

Crisci, 38 anni, informatico a Roma (uno dei 40enni che

appena può si precipita al paese)-. Un borgo in provincia

di Viterbo capace di rinascere a partire dai suoi otto abitanti”.

Grazie a un accordo con l’università Iuav di Venezia,

il comune laziale infatti diventerà sede di un centro

studi per i beni architettonici, storici e paesaggistici.

Chissà, anche Roscigno Vecchia potrebbe diventare

un centro universitario. Intanto, è una location perfetta

per film e sceneggiati, e in molti sono venuti a girare da

queste parti: l’anno scorso anche Mario Martone, per il

suo “Noi credevamo”. Ma sul futuro del paese, i pareri si

dividono. Se domando al sindaco Luca Iannuzzi, 65 anni,

ex-provveditore agli studi (vive a Salerno, sale di rado al

paese, non ci dorme mai), lui risponde: “Gli sponsali”.

Prego? “Ci farei i matrimoni”.

“No al matrimonificio -replica il parroco, Nicola Coiro,

37 anni, gioviale e simpatico-. Lasciamolo così com’è

e salviamo la memoria contadina”. “Un outlet”, mi dice

al bar il giovane (29 anni) vicesindaco, Benito Resciniti.

Spero che scherzi. “Lascerei in piedi solo le facciate”. E me

lo ripete (seriamente?) Michele Palmieri, assessore esterno

ai Lavori pubblici. Lucia Clemente, 64 anni, che tra le

rovine organizza un festival di poesie, è sicura: “Tornerei

a vivere là: non deve scomparire”. “Salvaguardarne la memoria,

averne cura”, si acquieta Katiuscia Stio.

Già, averne cura. Penso che questa dovrebbe diventare

una storia femminile. Le sere ho vagato per i bar: solo uomini.

Cena della Pro loco: solo uomini (cucina splendida

di due donne che ho appena intravisto). Acceso consiglio

comunale, sala stracolma: solo tre donne, di cui due sempre

silenziose.

Luogo comune sul Sud? Paese machista? Guardate allora

le associazioni paesane: Le Roscignole e Roscigno più

(entrambe provano a fare cultura) sono composte da sole

donne. Santa Venera, associazione parrocchiale: quasi

tutte donne. Legambiente, bella presenza femminile. Don

Nicola è d’accordo: “Roscigno sarà salvata dalle donne”.

Vado al cimitero abbandonato. C’è una sola croce, in ricordo

di Nicola Resciniti, sepolto qui nel 1937. Almeno lui

non è andato altrove. C’è pace. Scendo di nuovo fino alla

grande piazza. Tramonto struggente, la facciata della chiesa

si incendia di sole. Non so cosa augurare a questo paese.

Penso che Roscigno Vecchia sia un bene comune. Riusciranno

i roscignoli a gettar via malanimi e risentimenti?

Questa piazza regala nostalgia, memoria, serenità.

Felicità, credo. A notte, potrei giurarlo, il paese sembra

davvero rivivere.

Per scaricare il pdf dell’articolo completo:

Tdm027_Ghost town

Terre di Mezzo

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