Il mondo che inizia quando la luce si spegne

Il futuro, del passato, non è il presente; non sempre almeno. E ancora meno, quello delle città. Le città: quelle che non finiscono mai, quelle che tutti conoscono, che hanno tante, troppe voci. Città meravigliose ma sature, meravigliose perché sature. Tanto, da non distinguerle quasi più, le singole voci, perse in un unico rumore di fondo, che a fatica si fa racconto.Ma ci sono altre città, che non tutti conoscono, che magari non sono nemmeno città e che, di certo, sature non sono affatto. Città offese. Alcuni le chiamano villaggi fantasma, altri paesi abbandonati, altri ancora rovine. Modi diversi per intendere spesso la stessa cosa: macerie, buone al massimo per qualche storia di fantasmi. Non è tutto qui. Qui le voci si fanno più rade, ma anche più forti, ad aver voglia e tempo di ascoltare. A seguirne il filo, queste sì, si fanno racconto e fanno luce su cos’era e non può più. E aprono porte su cosa sarà, o potrebbe: a seguirne il filo, emerge la nostra storia. Una storia dal finale aperto. Una storia eversiva. Anche se, o proprio perché, off.

Rovine minime, quotidiane, private.

– Dove siete finiti tutti? Non vi vedo più.

– E tu?

– Io vi sento, ma dove siete, neanch’io vi vedo!

Voci, a rincorrersi nei vestiti sbagliati, di basso Piemonte dall’aria già di Liguria. Come certe primavere, il passo malfermo dell’inverno ancora addosso. Di fronte, i tronconi di un edificio sventrato. Al piano terra dal soffitto pendono alcuni ganci, per attaccare le bestie. Gli avanzi di altre quattro strutture, più piccole, si allungano a sinistra lungo la carrareccia. Cosa resta delle case porta i segni di recenti suture, nuovi camini, murature interne. Ogni corpo, svestito dei muri di fuori, tra le gengive cave di scale e radi pioli porta a galla detriti di sé, come si ruminasse fino a cancellarsi, nascondendosi sotto un ventre di erbacce, rovi e sterpaglie. Là dentro, l’aria sembra più piena di fuori; non è la stessa aria, aria aperta. Sopra, sfridi di tetti, che ancora reggono se stessi senza proteggere nulla, giocano a disegnare contro le nuvole forme a metà tra la tela di ragno e l’intreccio di dita. Da qua, è facile perdere il tempo, dietro un altro segno del mare in agguato. Il vento, che sbatte contro i vetri, racconta di una marea secca e senza corpo, a rimestare l’aria ballerina fuori e ammiccare a quella ferma dentro. Oltre ai flutti di polvere, passa una moto in valle, che fa tornare in noi, ricordandoci cos’altro ci sia poco più là. Di nuovo fuori, in un paese dove c’è tutto, in un paese pieno di voci, in un paese che non c’è più, non siamo più soli.

Marco Magnone

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