Il paese dove il tempo si è fermato 33 anni fa

Immagine 6

Il borgo fantasma di Romagnano al Monte è uno di quei posti in cui non si arriva senza una precisa predisposizione di spirito. Di certo non vi si capita, bisogna andarci. È un posto orbo, dove si sono stabilite colonie di erbacce che assomigliano a scudi; dove la menta selvatica si tiene alta sui fossi e di là raggiunge le case, facendosene arredo. Ci si arriva per una strada tortuosa da Buccino, sfiancandosi su certe curve a gomito che mettono a dura prova anche il più forte degli stomaci. Io ci arrivai una domenica dello scorso agosto, saranno state le quattro del pomeriggio, dopo un viaggio tutto a scossoni per la strada indicata solo a tratti da cartelli di fortuna. Le prime indicazioni sul borgo le ebbi quando arrivai al paese nuovo che precede il vecchio di qualche chilometro. Le chiesi a una vecchia che, malgrado il sole a picco sul capino avvolto in un fazzolettone, sfogliava un depliant di offerte alimentari, le gambe che pendevano da un muretto. Domandai di Romagnano vecchia, “Semp’ derett” mi rispose, senza alzare la testa. E diritto andai. Solo che, in venti minuti, mi ritrovai nel punto esatto in cui avevo parlato con la vecchia, che non c’era più. Proseguii girando a sinistra, appena prima dell’indicazione del cimitero, confidando in una nuova apparizione cui chiedere consiglio. Semiemerso fra le ortiche, a un tratto, vidi un uomo che sembrava conversare con un raduno di pecore stese al sole. Mi fermai e l’uomo subito si avvicinò. Era una cosa da vedersi: magro, polveroso, completamente calvo; non aveva denti, se non uno abbandonato nel mezzo della gengiva di sotto. Dagli occhi gli traspariva un che di veramente vivace, che però non riusciva a tramutarsi in parole: era muto. Gli domandai di Romagnano vecchia, di un qualche sentiero che avrei potuto prendere. Mi rispose con un gesto largo del braccio, lanciando per aria una traiettoria che finiva proprio sopra le pecore. Guardai nella direzione indicata e non si vedeva niente. A quel punto scesi dall’auto e raggiunsi le pecore. Fu allora che, in maniera del tutto inattesa, vidi aprirsi una spaccatura nella terra e, in quella, spuntare una rupe, sul cui suolo sembrava che avessero versato le ombre di tante case. Il pastore fece sì sì con la testa: quella bolla che si apriva sotto ai miei piedi era ciò che cercavo.

La storia nota di Romagnano vecchia – estremo lembo salernitano che si affaccia sui monti lucani e sulle gole del fiume Platano – finì la sera del 23 novembre 1980, quando fra montagna e montagna si alzarono i boati del terrore (il terrore, guarda caso, ha il suo etimo nel far tremare). Con il primo boato si preparò lo schianto: chi era in casa uscì, chi era in chiesa vi restò; poi si sollevarono i pavimenti e cedettero i primi solai. Il silenzio consueto di un paese divenne suono di pietre macinate. Da dove venissero quei boati nessuno avrebbe saputo dirlo; forse dal buio, dove poi tornarono lasciando a terra bossoli di case. Un ultimo boato e il paese morì: un minuto di scosse e fu tutto. Andarono via gli abitanti, uno dietro l’altro. Se ne andarono le madri con i figli in braccio, pesanti come sassi; se ne andarono le vecchie, strette nelle vesti del loro lutto eterno; se ne andarono i padri, con i corpi insidiati dal terrore: vivere fra le montagne non li aveva preservati. Da quel momento non fu più possibile mettere ordine in niente, così un po’ alla volta la memoria è diventata uno sguardo prensile dal paese nuovo (il paese dei container ), un occhio di rancore alla faglia fra il prima e il dopo, nel tentativo ostinato di dimenticare.

Raggiunsi finalmente il borgo e la prima cosa che vidi fu un cancello enorme, smisurato. Il paese era stato cinto di ferro per impedire l’accesso ai visitatori. La ragione? Senz’altro la pericolosità, perché gli edifici non hanno mai smesso di scomporsi e i crolli continuano tuttora. Ma, al fondo di tutto, c’è che le case le strade persino la chiesa sono stati fatti oggetto di un sacco sistematico: tutto ciò che poteva essere rubato – rame dai cavi elettrici, portali in pietra, mobili, mattonelle, arredi sacri – è stato portato via. Mi fu chiaro che non sarei entrata nell’abitato, che avevo fatto un viaggio a vuoto, un bel buco nell’acqua, perché non c’erano varchi né avrei potuto scavallare il cancello, alto quasi tre metri. Fu allora, mentre mi dibattevo fra l’ostinazione a restare e il desiderio di andarmene, che mi raggiunse un borbottio inarticolato. Mi voltai e vidi una nuvola di pelo bianco seduta proprio dietro di me, nelle forme di una cagnetta dalle orecchie aguzze sbucata da chissà dove. Le dissi Ciao, con la voce scaduta che si usa con i bambini quando gli si mostra l’insensatezza dell’età adulta. Mi freddò con un’occhiata in tralice. Vorrei poter descrivere la perentorietà di quello sguardo dal quale capii che voleva essere trattata da pari. Predisposi uno sguardo da pari a pari, ma lei si rizzò e fece per andarsene. Decisi di seguirla e di farlo in silenzio, che era meglio. Dopo una decina di minuti raggiungemmo un inaspettato secondo ingresso al borgo. Anche lì c’era una recinzione, ma con meno ferro. Sulla sinistra, appena sotto un’insolita bandiera svizzera, c’era un capanno di lamiera, di quelli che s’usano per custodire gli attrezzi da lavoro. Da quell’antro uscì un uomo vestito da fatica. Mi disse di chiamarsi Stefano e che da qualche anno era tornato a Romagnano nuova, dopo una lunga permanenza in Svizzera. Suo padre, nato nel borgo vecchio, era morto tre anni prima per le conseguenze di una caduta da un albero, proprio nel posto in cui ora sorgeva il capanno. Da allora lui e Lara, la cagnetta, erano diventati i custodi del borgo abbandonato. Fu grazie a loro che potei cominciare il giro fra le case e, mentre Stefano indugiava in dettagli sui furti e sugli abusi edilizi perpetrati anche nell’abbandono, Lara si gettava nelle case come in una specie di trincea, dove pareva avere una famiglia o comunque un ritorno, e voleva solo continuare ad averli.

In quel can can di desolazione, subito si fecero avanti i fotogrammi di una visione strana, evocabile. I resti delle case, come pure gli spazi ancora liberi fra le pietre e gli sterpi, parlavano di un passato che non è passato più. Un passato di forme ormai proscritte da ogni casa, di collane di peperoni appese al soffitto, di cucine povere in cui si è appena mangiato, con i camini anneriti dal fumo che nelle sere di venti imbrogliati tornava indietro, riempiendo le stanze. Una delle case ha il pavimento di un secondo piano sospeso nell’aria e solamente un ponteggio di edera lo sostiene come può. Più avanti, una finestra a momenti esplode su un orto che sarà stato povero. S’imbocca una strettina ed ecco una pietra di mulino, ferma da tre decenni, che di colpo si muove, come per trarre ancora farina dal grano, benché macini solo polvere di calcinacci. Anzi no, non si è mai mossa. Proseguiamo nel giro e noto una casa quasi intatta, con le pareti screpolate che recano tracce di un rosa antico, chi le avrà volute così? Un’altra casa ha una stanza del colore del mare quando non è giornata. Poi ce n’è una di un verde mimetico, ma sarà l’effetto di una rifrazione dai muschi che murano l’ingresso. Qui, sempre qui, un’ombra all’improvviso entra in uno stanzino e subito esce, per unirsi a un crocchietto di altre ombre. Non indago, sarà il vento che crea un ondeggiamento nei muri. Intanto saliamo e, nel punto più in alto del borgo, un’ala di falco quasi mi sfiora: avrò immaginato anche questo. Quello che so per certo è che, per quanto difficile sia vedere la bellezza in una molteplicità di brandelli, la perfezione che c’è altrove è una gran noia e mi stanca. Quando sto per lasciare il borgo, Lara mi guarda un momento e si trattiene nel congedo. Tornerò, le dico. Non disturbarti, sembra rispondere. Non ha bisogno di volti sconosciuti, ha i suoi volti noti cui tornare, quelli di chi entra nelle stanze appena il vento spira più forte.

(Pubblicato da Il Mattino, Giovedì 14 novembre 2013)

 

Carmen Pellegrino

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>