L’elogio dei margini

Forse senza il Festival di Paraloup, il numero 57 della rivista Communitas non avrebbe preso forma.

C’erano già un’idea di fondo, un indice provvisorio, alcuni testi e la disponibilità di tante persone.

Eppure, senza l’esperienza di quei giorni, difficilmente avremmo saputo intrecciare i fili della trama a quelli dell’ordito per creare un tessuto di pensieri e idee condivise e comuni, pur nella loro irriducibile diversità.

Voci, esperienze, analisi e progetti che abbiamo accolto e raccolto pensando al recupero della visibilità di luoghi e soggetti ai margini.

Innanzitutto, i margini delle aree collinari e montane di un’Italia costantemente in fuga dalla ruralità. Lo spopolamento di queste zone – drastico a partire dal secondo dopoguerra – ha svuotato paesi e frazioni, case e attività. Si è parlato di “esodo” alla ricerca di stabilità nelle città del “miracolo” economico. Meno si è parlato di come la politica e l’economia abbiano fatto leva sul desiderio di inclusione sociale che ha impregnato tale mobilità, meno ancora di ciò che è successo a coloro che sono rimasti.

Le campagne, progressivamente, sono diventate luoghi dell’alterità, spazi extra-urbani, alle spalle delle città, da attraversare e ammirare, all’occorrenza turistici, luoghi da cui generalmente si parte e raramente vi si arriva. Colline e montagne sono invece luoghi di storia, vissuti da una popolazione purtroppo spesso invisibile a se stessa. L’esclusione dalle priorità dell’agenda politica; la scarsa presenza nei mezzi di informazione (a cui è delegata la costruzione della realtà); una rappresentazione sovente distorta – paysage sans paysans, direbbe Pierre Bourdieu; e, ancora, dinamiche di autoreferenzialità interne ai centri di “produzione” culturale, rischiano di condannare le società rurali da una parte alla trasparenza, dall’altra alla neutralizzazione dell’ “esotico”.

Testimoni attoniti di tale indifferenza sono i ruderi e le rovine, che riportano la memoria al passato – ai passati – ad altri modi di vivere, a diverse antropologie. E i paesi, che si impongono al nostro sguardo per ricordarci che esistevano realtà dove le persone appartenevano ai luoghi e i luoghi alle persone, quei paesi che erano comunità, corpo, mappa mentale, libro aperto di esperienze, discendenze e personaggi che univano il passato al presente, il presente al futuro. Molti di quei paesi sono ormai abbandonati, ma molti altri esistono, spesso disarmati e in crisi di identità.

Non si tratta di rimpiangere un’arcadia che non è mai esistita – le donne de L’anello forte lo sapevano bene – e nemmeno di abbracciare incondizionatamente ideali di neo-ruralismo, ma di riflettere criticamente e mantenere viva la ricerca di possibilità – più che alternative – per una differente organizzazione sociale e spaziale che tenga conto del pluralismo di soggetti e luoghi, che opponga resistenza ad un processo dichiarato e contemporaneamente mellifluo di omologazione alle stesse disparità sociali.

Nella nostra trama distinguiamo allora un filo rosso: l’insieme dei significati negati o soppressi contenuti nei margini– categorie, definizioni, valori, comportamenti, esigenze, visioni del mondo.  È questo che le rovine, i paesi, le colline, le montagne “chiedono” silenziosamente di prendere in considerazione; è questo che ci insegna la storia delle donne, ma anche tanta archeologia, architettura, sociologia, antropologia e letteratura. Ed è la necessità di ripartire da questi significati soppressi o negati che il numero 57 di Communitas tenta di esprimere.

 

“Il paese che non c’è” è stato un piccolo laboratorio a cui hanno collaborato tanti autori e autrici che ringraziamo vivamente. Purtroppo, per ragioni di spazio, alcuni testi sono stati tagliati. Ve li riproponiamo in questa sede, scusandoci con i diretti interessati.

Nei link al fondo del testo troverete innanzitutto due articoli sul caso spagnolo – uno di Luis Cantarero, l’altro di Luis Antonio Sáez Pérez – che mettono in luce come fenomeni di  spopolamento e nuovi tentativi di ripopolamento abbiano interessato anche altri Paesi europei.

Troverete poi dei versi inediti di Franco Arminio. Nella prima versione della rivista erano affiancate ad un estratto di “La pioggia gialla” di Julio Llamazares che per questioni di diritti non possiamo pubblicare, ma che vi consigliamo quale vero e proprio “classico” sull’abbandono.

Infine, potrete vedere le fotografie che rimandano ai luoghi e alle persone citate nei testi dei rispettivi autori all’interno della rivista. Si tratta delle foto di Maria Teresa Iannelli e Francesco Cuteri sui villaggi abbandonati della Calabria; quelle di Gianfranco Spitilli sull’Abruzzo e di Marco Milanese sul museo Biddas in Sardegna.

Redazione

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