Lidice Memorial Panoramica

Ho il piacere di pubblicare un testo di Marco Amerighi (autore, traduttore e collaboratore per Einaudi, Feltrinelli e Neri Pozza), che riflette sulla memoria, tra elisioni e ritorni, visione e storia. A partire da una citazione di Enrique Vila-Matas, i diversi piani narrativi ricostruiscono la triste vicenda di una cittadina ceca non lontano da Praga, Lidice, rasa al suolo dai nazisti nell’estate del 1942 per rappresaglia. La valenza dell’episodio supera il dramma del singolo evento, per farsi paradigma generale dell’atto stesso del ricordo, del valore della rappresentazione nella memoria individuale e colllettiva.

 

Lidice Memorial Panoramica, Marco Amerighi

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1.

Questa domenica mattina, mentre ero in un bar di Torino con la mia ragazza e sfogliavo il giornale, ho letto una frase che mi ha riportato indietro di qualche anno, a quando lavoravo in università e pensavo che avrei fatto il ricercatore. “Viviamo voltando le spalle alla memoria del mondo, come se temessimo di essere ritenuti antiquati perché ricordiamo qualcosa del passato”. Questa frase di Enrique Vila-Matas, autore barcellonese su cui ho scritto la mia tesi di dottorato e che ho perseguitato per mesi pur di ottenere un’intervista, me ne ha fatto venire in mente subito un’altra, di Carlo Ossola, che dice: “La storia umana è un grande fiume di oblio.” “Qui c’è tutto!” ho detto. Il cameriere ha sorriso. “Allora scegli. Io prendo un latte macchiato”, ha detto la mia ragazza andando in bagno. Quelle due frasi, intendevo, erano la sintesi della storia che volevo raccontare.

È la sera del 10 giugno del 1942. In una cittadina della Boemia centrale, a ventitré chilometri da Praga, i cinquecento abitanti sono già a letto. La maggior parte di loro sono minatori, operai metallurgici, contadini, e la mattina si alzano all’alba. Dai boschi una brezza soffia in direzione del paese e fischia quando imbocca i porticati e le stradine del centro. Nessuno sente il convoglio di camion che arriva e si ferma alle prime case. Nessuno sente i passi di corsa sui selciati, o il tintinnio metallico, come centinaia di monete che si scuotono nei salvadanai. Poi, un grido, in tedesco. Il segnale. E tutto comincia.

Sei giorni prima, a Praga, il Reichsprotektor, l’SS-Obergruppenführer Reinhart Heydrich, noto anche come la Bestia bionda o Der Henker (Il boia), è stato ucciso da due paracadutisti cechi addestrati in Inghilterra e alcune piste della Gestapo confermano che i due attentatori provengono da un piccolo villaggio a ventitré chilometri da Praga.

Le SS sono millecinquecento. Tirano giù dal letto gli abitanti, ordinano loro di raccogliere i propri averi e li trascinano fuori, in strada. Li spintonano, li colpiscono col calcio del fucile. Uccidono tutti gli animali domestici. Poi ammassano le donne e i bambini nella palestra del liceo, rinchiudono gli uomini nello scantinato di una fattoriae, nonostante la notte calma e piena di stelle, non parlano e non esitano. Saccheggiano ognuna delle novantasei case, fanno irruzione negli edifici pubblici, prendono libri, quadri, radio, macchine da cucire e li gettano in strada. Tornano a occuparsi degli abitanti soltanto alle cinque del mattino. Le centosessanta donne e i centocinque bambini vengono fatti salire su alcuni camion diretti a Kladno e poi al campo di concentramento di Ravensbrück. I bambini considerati non adatti alla germanizzazione verranno gassati. Gli altri, dati in affidamento. Diciassette cresceranno come cittadini tedeschi. Nessuno dei centottantotto uomini, invece, lascerà il paese. Vengono radunati di fronte a un muro rivestito di materassi, perché le pallottole non rimbalzino. Ne fucilano cinque alla volta. Troppo lungo, troppo faticoso, protesta qualcuno. Si prova con  dieci: meglio. Quando è giorno e le SS pensano di aver finito, un gruppo di minatori del turno di notte entra in paese. Tocca rimettersi sotto.

Per Himmler, tuttavia, questo non è abbastanza. Non può esserlo. Serve una lezione magistrale, uno sfogo simbolo dell’ira del Reich. E allora dà un ordine mai sentito prima: cancellare il villaggio dalle mappe geografiche.

Tutti gli edifici vengono rasi al suolo, il municipio, il campanile, non si risparmiano neanche il cimitero e la chiesa. Le SS appiccano fuochi dappertutto, fanno brillare muri con la dinamite e le granate. Poi, quando il villaggio è solo un cumulo di macerie, spargono il sale, perché su quel terreno non cresca più niente, fanno arrivare le ruspe con un’infinità di metri cubi di terra e ricoprono tutto. Qualcuno si prende il disturbo di piantare il grano, perché non resti una sola traccia della vecchia cittadina della Boemia a ventitré chilometri da Praga che si chiamava Lidice[1].

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2.

Michal Horáček sta aspettando davanti al monumento dei caduti. Suo padre lo ha accompagnato in macchina dalla scuola Buďánka, nel distretto 5 di Praga, e ora sta parcheggiando. Persone eleganti gli sfilano accanto. Portano mazzi di fiori e scarpe lucide. Michal suda. Non capisce perché ci metta tanto: sono le dieci e quaranta e deve ancora registrarsi e poi prendere posto. Fa un cenno a suo padre che da lontano accelera il passo, ripone in tasca le chiavi della macchina e allunga le mani sulla carrozzina di Michal, che però si è già spinto da solo. Anche Michal si sente elegante. Indossa una maglietta arancione, un cappellino nuovo di tela bianco e, per l’occasione, ha decorato le ruote della sua carrozzina con degli adesivi viola e gialli. Padre e figlio attraversano l’enorme piazzale antistante alla gloriette ed entrano nel museo dei caduti, una costruzione bassa dove li aspettano gli organizzatori. Ci sono saluti, strette di mano, domande sul viaggio, sul traffico.

Michal si è iscritto al concorso “Lidice pro 21, Stoletì”, quasi per scherzo. Lo ha trovato su internet. Ha letto cos’era. “Una competizione, destinata a ragazzi di tutto il mondo, tra gli undici e i quattordici anni, che premia il migliore elaborato a tema.” Nel 2008, l’anno in cui Michal ha deciso di partecipare, le tracce sono state “Il ritorno a casa” e “Al male non si può reagire solo con le parole”. La seconda lo ha lasciato perplesso. Cosa significa, ha pensato, che le parole non sono tutto? Ha scelto il primo. Ha scritto tre paginette su un’anziana che è riuscita a sopravvivere al campo di prigionia ed è tornata nel proprio paese, in tempo per morire, nel proprio letto, il giorno del suo compleanno.

“Michal?”

Il padre gli fa cenno di seguire il corteo dei finalisti. Ci sarà una visita guidata lungo il perimetro del monumento ai caduti, prima della premiazione. A Lidice il sole di giugno non brucia. Dal museo la folla si sposta alla gloriette, un tempio a pianta ottagonale, con una robusta croce sul tetto, quindi visitano l’Archivio e un’altra costruzione in pietra che pare una cisterna, piena di foto. Passeggiano sul prato fino alle fondamenta della vecchia chiesa e del liceo di Lidice, girano a destra intorno alla Tomba dell’Uomo e si fermano di fronte alla scultura di Marie Uchytilová: ottantadue bambini di bronzo. Gli ottantadue bambini che furono gassati dalle SS. È lì che si procede con la fase finale della premiazione. Parla il vice-ministro dell’Istruzione, Gioventù ed Educazione motoria, Dusan Luzny, si avvicinano gli undici giurati e gli organizzatori. Il pubblico aspetta. Alla fine, una signora prende il microfono e, dopo una pausa più lunga del solito, fa un nome. Esplode un applauso, la signora cerca tra la folla il vincitore.

“Michal Horáček. Dove sei Michal?”

Michal è accanto a suo padre, e quando capisce cosa è successo, non vuole andare lì, davanti a tutti. Si calza il cappellino bianco sugli occhi. “Vai”, gli dice suo padre, “mica ti mordono”, e Michal si avvicina per ritirare una scultura e un attestato. Facce che non conosce lo salutano, si chinano a congratularsi, gli dicono che il suo non sembra il tema di un ragazzino di quattordici anni, e che a lui deve piacergli parecchio la scuola, per essere già così sveglio e informato. Michal preferisce non dire che lui a scuola ci va solo per far contenta sua madre.

L’organizzatrice riprende la parola e invita i partecipanti a non andarsene perché tra poco si terrà l’incontro con i veterani e la visita al roseto. Ma Michal non sente, le sue mani sudano, la testa gli gira. Si guarda intorno, alla ricerca del premio. Quello vero. Quando lo vede, parcheggiato sulla collina, bianco, due strisce azzurre sulle carene laterali, si gira verso suo padre e sorride.

“Io sto davanti”, dice sorridendo.

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3.

C’è una cosa più spaventosa della devastazione rabbiosa che cancellò Lidice dalle mappe dal 1942 al 1947. Più spaventosa degli uomini umiliati e uccisi e bruciati, delle carcasse dei cani lasciati a fumare lungo le strade, delle tombe divelte. Ne parla Don George in Tales from Nowhere?[2] Mentre le SS della divisione speciale devastavano la città, due di loro se ne stavano in disparte. Non prendevano parte alle operazioni. Non imbracciavano fucili o granate. Ma una cinepresa. Non ne ho trovata testimonianza su altri testi, neanche Binet lo rammenta, né sono riuscito a scoprire di quale modello si trattasse ma voglio dare fiducia a Don George. Ho fatto le mie ricerche: ho girato in internet, sono stato in biblioteca, ho parlato con antiquari. L’ipotesi che mi azzardo a fare, col rischio di prendere una cantonata, è che il modello usato per riprendere il massacro di Lidice fosse una Zeiss Ikon, modello Movikon: 16mm a caricatore, robusta, motore a molla, perché all’epoca era la più famosa, la più affidabile. Ne ho trovata una in vendita a Perugia. L’annuncio del privato, oltre al prezzo (troppo per permettermi di passarmela tra le mani e cercare un’ulteriore empatia con questa storia) recita “il nome che è la garanzia della precisione tedesca”.

Quei due SS furono gli ultimi testimoni del paese a ventitré chilometri da Praga chiamato Lidice. Quei pochi minuti di registrazione, andati persi chissà dove, furono qualcosa di enormemente più grande di quello che quei due soldati erano in grado di capire: lì, in quei fotogrammi, rimase intrappolato l’uomo, come una zanzara che, ipnotizzata dai feromoni liberati da un’innocua striscia gialla che penzola da una trave, vi si posa e non si accorge che quello è il momento della sua morte.

4.

Michal è seduto davanti. Suo padre, dietro. La carrozzina è rimasta a terra. L’uomo seduto ai comandi trascrive alcuni dati su un quaderno. Indossa gli occhiali e un casco di pelle con due bretelle che coprono gli orecchi. Quando dalla radio arriva l’autorizzazione, l’uomo mette le mani sulla barra, toglie i piedi dai freni e dà potenza, controlla il contagiri e l’anemometro, limita i movimenti imbardanti verso destra e verso sinistra, accelera e, mentre l’aereo si stacca dalla pista, dice: “Ora non siete più terrestri.” La terra, vista da lassù, a Michal sembra la sciarpa che gli ha fatto sua madre: toppe gialle di campi di grano e di patate alternate a strisce di bosco e vigneti orlati da sentieri di campagna, rigagnoli e linee telefoniche. Il pilota inclina lateralmente la cloche e compie una leggera virata. Michal si lascia scappare una risata. L’uomo, allora, dà fondo a tutto il suo repertorio: compie un’altra virata e poi un’altra ancora, apre la manetta del gas, fa rollare l’aereo, si diletta in un beccheggio e dopo aver rimesso dritto il veivolo tra gli applausi dei due passeggeri, toglie le mani dalla barra di comando e dice “Voilà!”, come un prestigiatore che si è tenuto per ultimo il numero migliore.

Lidice è sotto di loro. Se ne sta al centro di un triangolo di prati e campi coltivati i cui vertici sono le cittadine Hřebeč, Buštěhrad e Makatřasy. Un po’ più lontana c’è Plzen, con lo stabilimento della Skoda e il birrificio della Pilsen Urquell, e Praga, ovviamente. La strada ad alto scorrimento 61 – quella che Michal ha fatto con suo padre per arrivare fin lì – passa accanto alle prime case del paese. “Sembra una pista di automobilismo”, dice Michal. Tutte le case di Lidice sono circondate da una grande strada chiamata Oradourska. “Una di quelle ovali dove le macchine vanno velocissime per cento, duecento giri di seguito.” La cosa che Michal non sa è che sulla strada grande chiamata Oradourska non passa mai nessuno. Tutti percorrono un’altra strada, più piccola, che da lassù è visibile a malapena – “via 10 června 1942” si chiama – e la fanno a piedi, in silenzio, perché conoscono quella data e sanno che porta dritto al Roseto dei Caduti. Forse Michal non lo sa che il 15 giugno del 1947, quando fu posta la prima pietra della nuova Lidice, arrivarono decine e decine di operai da tutta la Cecoslovacchia, né forse è a conoscenza del fatto che oggi esistono quattro Lidice nel mondo,una in Illinois, una in Brasile, una in Messico e una a Panama, e che quel nome venne dato ancora a quartieri, parchi, scuole, piazze e strade di tutto il mondo. Non posso dirlo con certezza, certo, ma immagino che Michal, dato l’età, non abbia letto Il sospetto di Dürenmatt o l’opera completa di Vonnegut, né abbia visto i documentari sui mutilati di guerra di Werner Herzog, né  Oh! Uomo dei coniugi Genekian o il secondo tempo de La vita è bella, né abbia potuto fare il tifo per il reduce Al Stephenson ne I migliori anni della nostra vita di William Wyler, eppure Michal fa una cosa che non è diversa da quella che hanno fatto tutte queste persone.

Si fa passare lo zaino da suo padre e ne tira fuori una macchina fotografica, una di quelle compatte, economiche. Gira la levetta sulla modalità “ripresa” e inizia a filmare. E filma i prati, Michal, i campi di patate e di granoturco di Lidice, filma ogni strada e ogni viottolo, ogni cartello, ogni uccello appollaiato sui silos e sui cavi del telefono di Lidice, Michal, filma le rimesse dei contadini di Lidice, i ragazzini che giocano per strada, il benzinaio di Lidice, i vecchi seduti sulle panchine, il municipio di Lidice e persino la scuola, anche se a te non piace e ci vai solo per far contenta tua madre, filma, Michal, filma come se quella tua macchina fotografica economica avesse una scheda di memoria sterminata e tu potessi star lì in cielo a riprendere quel paese per cinque anni di fila, milleottocentoventicinque giorni a riprendere e a ripetere quel nome, il nome di una città che a un certo punto smise di esistere, e venne dimenticato, come un’insegna a cui hanno staccato la spina, o sfilate le batterie. “La storia umana è un grande fiume di oblio” e bisogna tuffarcisi spesso, per ricordarsene.

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[1] Per chi voglia conoscere la storia dei due attentatori che uccisero Heydrich, rimando al bellissimo e coraggioso libro di Laurent Binet, HHhH, Torino, Einaudi, 2011. Binet racconta che il direttore di una fabbrica vicino Lidice trovò un bigliettino che diceva: «Cara Ania […] quello che volevo fare l’ho fatto. Il giorno fatale ho dormito a Cabàrna. Sto bene, verrò a trovarti questa settimana, e poi non ci vedremo mai più. Milan». La Gestapo, venutane in possesso, crede che quel biglietto – forse l’ultimo di un marito fedifrago e redento all’amante – sia la prova che da lì, da Lidice, provengano gli attentatori del viceprotettore di Praga e vi manda una squadra speciale, un plotone addestrato a Halle an der Saale: guarda caso la città natale di Heydrich.

[2] AA. VV, Dove sono finito? Storie inaspettate da luoghi inaspettati, a cura di Don George, Torino, EDT, 2006.

 

Tutti i diritti riservati © Marco Amerighi

Marco Magnone

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