Macerie a frantumare

Matteo Tortone e Alessandro Baltera sono due filmmaker torinesi. Venerdì 9 marzo a Torino (21.30, presso il Cineporto di via Cagliari 42), nell’ambito del festival PiemonteMovie, presenteranno il loro lavoro White Men (Id. – documentario – Italia 2011, 65′). Matteo e Alessandro sono stati in Tanzania, nel nord del Paese, sulle coste del lago Vittoria. Dove la percentuale di albini è la più alta al mondo. Dove nascere bianco significa nascere debole, fragile. E dove gli albini da sempre sono considerati oggetti buoni per le superstizioni; esseri metafisici, capaci di volare nel vento, o perdersi nella pioggia. Portatori di buona o cattiva sorte, ma mai uomini. Di recente, qualcosa è cambiato. Qualcuno ha iniziato a ucciderli, credendo che le pozioni ricavate dai loro corpi smembrati portassero fortune immediate. Vittime principali, i bambini. Una storia facile da considerare fuori dal normale. Solo, che non è detto sia facile tirare una riga e tagliare il normale dal non normale, l’uomo bianco dall’uomo nero. Solo, che gli albini di Tanzania non hanno tempo per giocare a nascondino nel vento o tra la pioggia, perché anche loro devono lottare ogni giorno per una qualche normalità. Alessandro e Matteo hanno seguito le loro vite quasi normali. Questo è White Men. Ieri ho incontrato Matteo. Abbiamo fatto due parole.

1) Partiamo dalla fine: che cosa ti ha lasciato White Men, inteso come lavoro e come esperienza personale?

Definire cosa mi rimane, ora che è passato diverso tempo, è un’esigenza vitale ma al contempo, a volte, finisce per rivelarsi ai miei occhi quale vuota attività retorica. Le macerie sono macerie, niente di più. Può rimanere il riverbero del suono del crollo, in lontananza, sommerso da un suono d’ambiente cacofonico, a tratti ridondante. Rimangono i volti a riemergere sul pelo dell’acqua, come teste d’uomo in estrema necessità d’ossigeno: una boccata a pieni polmoni per affermare un’esistenza; battiti di ciglia, “frame” che sedimentano nell’amara consapevolezza della distanza incolmabile che separa due esistenze: io, noi qua e le persone con le quali abbiamo condiviso tutto, che si aggirano guardinghe su qualche strada sterrata, di fresca urbanizzazione d’Africa, provando a sopravvivere: questa sì, un’attività definitoria assolutamente priva di retorica.

2) Il contesto: il mondo sul lago Vittoria, come lo descriveresti in poche parole, tra playstation e superstizioni?

Nulla è più terribile che sommare alla distanza geografica una distanza umana, che troppo spesso diventa una distanza temporale: l’esotico. Il lago Vittoria è un luogo di enorme interesse globale: oro, diamanti, uranio; il più grande lago africano. Frontiera fluida di uomini e cose. “It’s time for Africa”, una minaccia che diventa realtà. Un’ottima occasione per avere il polso delle dinamiche locali è fermarsi all’angolo di una strada e osservare i dalla dalla, i mezzi di trasporto locali: minivan rigonfi di uomini. Ogni autista ha il vezzo di personalizzare il proprio veicolo con delle scritte, con delle immagini, degli slogan. Il discorso che viene fuori dalla giustapposizione di tali immagini, dallo scontro dei significati, dalla sincronia del loro esserci, crea un corto circuito semantico, un sincretismo angosciante: W Allah, Rooney, God is the best, Manchester United… La compresenza di invocazioni a entità divine e miti del calcio europeo è sbalorditiva. E i dalla dalla sferragliano tra il villaggio e la città, tra la periferia di baracche di fango e il centro finanziario di palazzi di vetro. Attraversano uno spazio segnato da scritte della cocacola e della pepsi: muri di fango, tetti di lamiera, rocce. Ogni supporto è utile strumento di propaganda da alcuni, per pudore, chiamata pubblicità. È il west contemporaneo, una delle tante frontiere del progresso, della scienza tecnica come di quella medica. Nemmeno la più violenta.

3) Il tema e lo stile scelto esprimono una scelta autoriale forte, anche radicale: qual è stato il processo alla base? che senso ha per te oggi una parola come “racconto”?

Il timore di usare il dramma altrui è un pensiero che ci ossessiona. È un’ossessione costante. Le immagini sono potenti, dice Jodoroski, ma alla potenza significante non corrisponde una diffusa capacità di decifrazione. Il linguaggio è corpo, le parole tagliano più del machete. L’unica differenza è che il linguaggio nasconde, il machete palesa. La nostra ricerca si è focalizzata su questo: cercare una via per esprimere un corpo mutilato, un corpo con un preciso valore economico. Ed è difficile. Per esempio qual è il linguaggio adatto per descrivere la parte mutilata? Possiamo usare pezzi? Possiamo parlare di pezzi di albino? Dobbiamo usare la parola membra? È imbarazzante constatare la violenza linguistica: immobilizza. Albino in swahili si dice mzungu, parola coniata per chiamare i primi occidentali, i primi missionari, ora viene utilizzata con il significato di bianco, ma etimologicamente significa semplicemente altro, diverso. Due corpi con un valore diametralmente opposto, la stessa parola. Il racconto è un tunnel buio pieno di insetti. Tuttavia bisogna pur attraversarlo.

4) Qual è la cosa migliore che può succedere a White Men?

Spero che venga visto da più gente possibile: ogni nuovo spettatore si appropria di quelle immagini che a mano a mano non mi appartengono più. È un gran sollievo.

5) Hai già altri progetti per le mani?

Ho molte idee in testa, o forse è solo confusione. Stiamo montando alcune immagini girate durante le riprese di White Men, nella speranza di liberarcene il prima possibile, di trovare altri occhi per condividerle.

 

Il sito del progetto è: www.whitemen.it

Redazione

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