“Notte al castello, pranzo in cascina”, Doppiozero per Rete del Ritorno

Notte al castello, pranzo in cascina

di Alberto Staibene

Arriviamo trafelati al castello di Varzi. Chiacchierando con Antonella e Luca non ci siamo accorti di aver perso la giusta uscita dell’autostrada e dopo vari su e giù tra val Staffora e val Borbera, in un pomeriggio di sole splendente, giungiamo in ritardo a destinazione. Antonella Tarpino ha dedicato alcune pagine del suo ultimo libro, Il paesaggio fragile, a questa zona, detta delle “quattro province” (Pavia, Piacenza, Alessandria e Genova), mettendo in luce il naturale meticciato di una popolazione costretta a emigrare presto, in una terra che è stata storicamente un luogo di passaggio tra il mare e la pianura. Dagli anni Cinquanta è al margine dei grandi traffici, ma forse per questo, è sempre di più scelta come luogo di residenza da chi è stufo di vivere in città. Ad attrarre è un Appennino che da dolce si fa presto aspro, ma che lascia largo spazio alle coltivazioni, al passaggio delle stagioni. In queste giornate d’autunno il paesaggio è davvero glorioso. Enrico Odetti, nostro ospite, ha messo a disposizione alcune stanze di un castello che fu dei Malaspina e che da qualche generazione appartiene alla sua famiglia, per farne un museo del territorio. Come dovrà essere questo futuro museo?

 

 

Le discussioni si prolungano – è la prima volta che ci incontriamo – ma, essendo a stomaco vuoto, cerco invano di operare sforzi di sintesi. Il tema appassiona e Silvia Passerini, che presiede all’incontro, tiene il punto. In più sono inquieto perché ho letto nel programma che sarà presente un amico che non vedo da tanto tempo e non so che effetto mi farà rivederlo. Quando arrivo ancora non c’è. Poi da dietro sento un inconfondibile: “ciao Albert”. “Ciao Nico”, gli rispondo. Trent’anni si annullano in un istante? In realtà ci siamo visti nel tempo, ma la sua scelta di vivere in campagna, la perdita delle complicità della giovinezza, hanno diradato i nostri incontri. Anche ora siamo divisi perché impegnati in due tavoli di discussione diversi. A fine riunione restiamo a cena in una decina, continuando a discutere. Nico si mette in cucina offrendosi di preparare uno dei suoi famosi risotti (famosi anche per le attese che comportano). Intanto in tavola arrivano ottimi formaggi e, ça va sans dire, salame di Varzi. Con Antonella abbiamo deciso di fermarci a dormire ed Enrico ha gentilmente scaldato una stanza dove ci dividiamo i due letti. Nel frattempo Nico dovrebbe riportare alcuni cittadini verso la pianura, ma la sua auto non dà segni di vita. C’è un ultimo treno notturno da Tortona e qualcuno si offre di accompagnare chi ha necessità di tornare verso la pianura. Nico è con loro e ci salutiamo senza troppe smancerie. Per strada però cambia idea e ce lo vediamo ricomparire, fatte due rampe di scala, nella notte. Quasi un fantasma. Si sistema al mio fianco nel letto matrimoniale e sento i miei due compagni addormentarsi prima di me. Al mattino siamo svegli sul presto e ci aggiorniamo sinteticamente, in un sussurro, sulle nostre vite.

 

“Sembravate due fidanzatini”, commenterà poi Antonella che ha ascoltato i nostri bisbigli. Dopo la prima colazione andiamo a disturbare l’elettrauto  – è domenica – ma anche i suoi tentativi di far ripartire l’auto non portano a nulla. Nico decide di tornare in città con noi e in un secondo momento penserà a recuperare la macchina. Il sole splende su Varzi e illumina la Valle Staffora immersa in suo tempo interiore. Remote ma terribili ci arrivano le notizie del terremoto in Centr’Italia. Per strada ci appassioniamo a parlare dei “ritorni”, mentre la nebbia avvolge la pianura e ci farà compagnia per tutto il percorso. Nico ci racconta della vita in campagna, come forse soltanto da poco sia diventata una scelta di vita per chi prosegue il lavoro dei genitori e che forse sta scomparendo il complesso di inferiorità sociale verso chi si è inurbato. Questo conferma quello che Antonella scrive nei suoi libri e il lavoro che stiamo portando avanti come Rete del Ritorno . Per ora sono scelte di singoli, la speranza è che lo divengano di piccole comunità. È una strada lunghissima ma qualcuno ha cominciato a percorrerla. Lasciata Antonella in Stazione Centrale, decido di accompagnare Nico fino alla sua cascina. È domenica e i tavoli del ristoro sono tutti prenotati. Nell’ultimo tratto di strada riusciamo a metterci al passo colle nostre vite, evitando gli argomenti più spinosi. La nebbia rende ovattate le atmosfere e forse anche la nostra conversazione. Il pranzo in cascina è ottimo: spicca su tutto una tagliata di Bovina Varzese che alcuni allevatori hanno portato in pianura perché la carne è più saporita e di maggior resa. Accompagnandomi alla macchina Nico mi mette in mano due bottiglie di vino. Rosso naturalmente.

Ci rivedremo.

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Manola Delgreco

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