PAESI VUOTI di Giovanni Giamella Bagneri

 

PAESI VUOTI 

DI GIOVANNI GIAMELLA BAGNERI

 

Quando cammini per quelle viuzze, quei vicolo deserti,
e senti gemere il vento,

Foto notturna

Piazza d’Arte a Makij

quando passi tra quelle case bianche, con la stalla e il fienile

e senti piangere il vento,

quando sali per quelle gradinate che non finiscono mai
e non c’è nessuno, solo il vento,

quando hai appena finito
di arrampicarti fin là
e te ne sei già pentito
perché ti eri coltivato addosso un bel complesso di colpa

e non riesci più
a strappartelo via,
nelle pause del vento,
ma forse è una tua fantasia,
in quelle brevi pause puoi sentire come un rabbioso lamento,
sai che ci sono ancora,
che sono ancora tutti
in quelle case basse
dagli scuri sbarrati,
dalle porte protette
con assi dal maltempo,
sai che vorrebbero uscire
sulla strada e affrontarti a muso duro e domandarti perché sei tornato,
che cosa vuoi da loro,
vorrebbero intimarti di andar via, lasciarli in santa pace,
non disturbarli più.
Questo vorrebbero dirti
se solo potessero uscire.

Se potessero uscire?

Sono legati alla casa, non possono lasciarla.

È strano tutto questo.
Ma no, è una sua fantasia.

Sarà una fantasia. ma dai fantasmi puoi aspettarti di tutto.

Come, credi ai fantasmi?

Io non credo ai fantasmi, ma ci sono. Come in certi castelli della Scozia, dove si fanno sentire
con tintinnio di catene.

Solo che qui sono troppi, qui è pieno di fantasmi.

Infestano interi paesi
e quasi nessuno lo sa.
Non ne sanno niente i forestieri
che hanno comprato casa
per le ferie e il fine settimana. Convivono con loro
e non se ne accorgono nemmeno.
Certe volte sentono rumori
come il ticchettio di un orologio
o qualcosa che si va sciogliendo
o colpi secchi, forti.
Pensano ai tarli, al crepitio del legno.
E invece è altro, sono avvertimenti. Sono i morti che avvisano
di una disgrazia di un male imminente. succederà, non c’è rimedio.

Ma non crederai a queste cose.

Io non ci credo più.
forse ci credevo da bambino,
ma in quelle case succedono.
Non nelle nuove, che non hanno storia. Una casa è viva, è la sua gente.
Se l’abbandoni, con lei
abbandoni i suoi vecchi abitatori.
E da allora ti odiano e disprezzarlo. Vorrebbero affrontarti sulla strada
e schiaffarti in faccia a muso duro
che li hai delusi e traditi.
Ma non possono uscire.
Ma è una mia fantasia
e non è vero niente.

Cosa dici, non è vero niente?

Non c’è nessuno lì dentro, non ci sono i fantasmi.
I morti sono morti,
non danno fastidio a nessuno, per loro è tutto finito.

Ce ne sarà qualcuno nei castelli scozzesi, ma forse sono leggende per attirare turisti.

I pazienti fantasmi.
Con vesti del Cinquecento
o in smoking e bombetta. Camminano su e giù
per saloni e corridoi
lastricati di pietra.
Aspettano i turisti,
vogliono farsi vedere,
stupirli e spaventarli.
Hanno una loro vanità i fantasmi.

Si racconta di uno che appariva tenendosi la testa sottobraccio. C’erano dame velate,
con mazzi di rose bianche,

e nobili in catene. Succedeva
e succede ancora in quei castelli o in qualche vecchio palazzo
di Londra e di Edimburgo.
Forse in Danimarca ad Elsinore. Qui non c’è niente di niente,
le case sono vuote.
Arriverà qualcuno
nel fine settimana, per Natale
e Capodanno, per le ferie estive. Chi se n’è andato via
sapeva ciò che faceva. Occorreva coraggio,
bisognava troncare
legami insopportabili.
Anch’io sono partito
e non ho motivo di pentirmene: lassù non c’era futuro.

Sono partito anch’io:
era un paese finito.
ci viveva solo qualche gatto,
ma proprio gatto vero.
Era chiamato il paese dei gatti
e gatti gli abitanti,
mangiatori dei primi, si diceva.
Gatti da quattro soldi,
gatti che lavoravano
per boschi e prati avari
o in giro per l’Italia e per l’Europa
da Pasqua fino ai Santi:
stagnini, muratori,
spazzacamini, ombrellai, ciabattini. E arrotini: battevano i paesi
col loro grido: « Mulitta! Mulitta ». che sembrava un lamento.
Ogni tanto qualcuno non tornava, gli altri portavano poca moneta. Nelle sere d’inverno, in quelle stalle basse, puzzolenti di letame
e talvolta di becco,
nel fiato umido e caldo
di quattro vaccherelle
di razza brunoalpina,
l’uno addosso all’altro, al lume fiocco di piccole lanterne, i « lanternini », uomini riparavano rastrelli, intrecciavano cesti,
fabbricavano gerle per il fieno, donne cucivano, altre
filavano, ragazze

si cavavano gli occhi
a ricamarsi il corredo,
qualcuno discuteva
dei confini di un prato
o di un campo, parenti combinavano matrimoni (era usanza), contrattando duramente la dote della sposa: biancheria per la vita,
un rustico, un terreno,
un poco di denaro quando c’era,
e qualcuno o qualcuna raccontava
a bambini stupiti
storie di defunti apparsi in sogno
o incontrati di notte
per la strada o davanti al cimitero,
di focherelli bassi
su una tomba recente,
di spiriti folletti (schiaffeggiavano
le donne sul didietro).
di animali strani: re di biss, rangutàn, pisciacane, dormidario
(si chiamava così
perché amava dormire)
o del lupo sceso tra le case
del paese a cercarsi il nutrimento, cacciato via con tizzoni e tridenti perché raspava alle porte.
Narravano dei santi
Barbara e Simone, protettori
« dal fulmine e dal tuono,
dal fuoco e dalla fiamma
e dalla morte subitanea »,
della Beata Vergine Maria
che scongiura il morso delle vipere, di Santa Liberata
da invocare nel parto,
« perché sia dolce l’uscita

come fu dolce l’entrata »,
come qualcuno aggiungeva maligno per erudire l’infanzia.
Questo si raccontava
nelle sere d’inverno
in quelle stalle basse! soffocanti,

in un puzzo atroce di letame
e a volte di caprone,
nel fiato umido e caldo, da presepio, di quattro vaccherelle
di razza brunoalpina.

Noi avevamo un santo prodigioso: era San Defendente,
chiamato « il difensore
della povera gente ».

Quando una piena minacciò il paese, portarono la statua in processione

fin davanti al torrente.
E il miracolo avvenne prontamente: si schiarì il cielo e l’acqua si calmò. Così San Defendente
tenne fede al suo nome,
come faceva sempre. Quasi sempre.

Poveri vecchi paesi,
destinati a morire.
Sono partito anch’io.
Non ho nessun rimpianto:
dovevo farlo. Ma ogni tanto sogno. Un sogno brutto, pensoso, sempre lo stesso: un albero,

un enorme castagno,
che si trascina sulle sue radici
per un viale di una città mai vista. Avanza lentamente, minaccioso.
Le macchine lo scansano,
la gente si ritrae.
Solo un bambino si ferma a guardarlo. Ma si accorge della sua fatica,
del suo grande dolore.
L’albero cerca un posto
dove ripiantare le radici,
ma c’è soltanto asfalto.
Anche Cristo l’ha detto
che il seme muore se non trova terra dove poter germogliare.
L’albero grida con tutti i suoi rami, con tutte le sue foglie
che cominciano già ad appassire. Morirà in quell’asfalto senza fine.
Ogni tanto lo sogno
e so cosa vuoi dire,
ma dovevo andar via
perché lassù era tutto finito.

Ho tenuto la casa.
non l’ho voluta vendere,
anche se mi costa molti soldi.
Ogni tanto ci torno, nelle ferie, qualche volta nel fine settimana. Ma non c’è nessuno ad aspèttarmi. I morti sono morti
e non danno fastidio.
C’è solo il ticchettio di un orologio, c’è qualcosa che si va sciogliendo, o colpi secchi, forti.
Si sentono di notte. Sono tarli,
è il legno vecchio che crepita.
Non ci sono più avvertimenti,
non ci sono mai stati,
erano fantasie.
Il mio futuro è bianco:

se sia un bene o un male, non lo so. Ma il passato è la dentro,
con mie vecchie cose.
Roba che vale poco:

non salirà a rubarla nessun ladro. Ogni tanto penso di fare ordine, poi rinuncio: mi diventerebbe
una casa museo, coi miei ricordi come imbalsamati, non più miei. Andrei a visitarli

come si va da un morto
o in una casa museo per turisti. Casa museo etnografico:
casa del contadino,
del pastore, della tessitrice
e di questo e di quello.
Casa dell’arrabbiato.
Casa dell’impiccato.
Casa di chi se n’è andato.
Case come mostre di arte negra.

Abitavo in montagna
in una frazioncina a mezza costa. C’era una mulattiera,
ora una strada asfaltata.

Mi ricordo che quando ero bambino si allevavano molte vacche e capre. Ma poi le hanno vendute.
Ascoltavo vecchi raccontare

che ai tempi della loro giovinezza si viveva di rape e di fagioli,
di patate e castagne,
di carote e polenta.

Pane di segale e olio di noci.
Si beveva un vinello scarso ed aspro. Erano le donne a praticare
un povero commercio:
vestite col costume del paese
e sulle spalle una gerla di vimini, scendevano al mercato
a vendere formaggio, burro e miele, uova, erbe di montagna
per la buona salute,
compravano fiammiferi, petrolio, sale, riso, farina
di granturco e poco altro.
La scuola era giù a valle,
pochi la frequentavano:
maschi, col tempo qualche ragazzina. Lassù nascevano molti bambini, quasi tutti morivano nell’anno, proprio come gattini.

Salivano in montagna

alla fine di aprile,
con provviste, animali e pentoloni,
un asino portava,
in due cesti, un lattante e un agnellino, talvolta anche un capretto.
C’erano baite, cappelle,
persino una chiesetta.
Era il loro paese dell’estate.
Avevano, in due valli,
i loro santuari,
uno grande e l’altro piccolino, congiunti da una strada
a tornanti, ripida e sassosa,
con una galleria.
Ci passò la regina Margherita
in carrozza. Un pastore la seguiva
con una vacca pezzata, bellissima,
« la vacca della regina »:
se la portava dietro nei suoi viaggi
per avere sempre latte fresco, abbondante e sicuro.
Me lo narrò mia madre:
le vide da bambina,
tutte e due, la vacca e la regina.

Hanno riaperto gli antichi sentieri, quelli dei pastori, verso i pascoli,
e dei contrabbandieri,
per ricordo di tempi di miseria,

di una guerra di poveri: contrabbandieri nostri, finanzieri del Sud.
Era una caccia continua, astuta. Ogni tanto ci scappava il morto, lilla fucilata

o un colpo di moschetto
o giù in fondo a un burrone.
Tutti gli anni, in un passo ad alta quota, un passaggio obbligato ai vecchi tempi, si diceva messa per i nostri!
più tardi anche per gli altri. Si fa ancora, un po’ per i turisti,
per animare l’estate.

Il mio paese è alla fine:
Sono rimasti in cinque
e sono tutti intorno agli ottant’anni.
La botteguccia è chiusa
e pure l’osteria.
Il prete, la domenica,
sale, dice messa e scappa via.
Testardi, quei vecchietti: non si muovono. Tengono galline, qualche capra.
il cane o il gatto per la compagnia.
C’è un telefono in tutto.

Le case hanno patito le intemperie, nessuno le ripara.
La chiesa e il cimitero sono uniti come si usava un tempo:

nella brutta stagione si fa presto a sotterrare un morto.
La chiesa ha certi affreschi
di un pittore locale

del Sei o Settecento,
il cimitero è quasi come un orto,
con un muretto basso,
piccole croci di ferro
e lapidi di pietra.
Anche qualcuna di marmo
con la fotografia.
Vanno tutti quanti sottoterra.
Ma tra poco si chiuderà bottega. Diventerà un cimitero museo,
un cimitero etnografico,
quasi archeologico, direi.
Dovreste visitarlo:
è caratteristico, guastato
solo in minima parte.
Dalle mie parti è diverso:
è fuori dal paese
e c’è strada da fare. Meglio il tuo.
Mi è venuta la curiosità:
ci dovremo andare, un giorno o l’altro.

Non è distante: si e no due ore.
La strada non è male.
Ma andiamoci anche adesso:
così passiamo il tempo e ci svaghiamo. Prendiamo la macchina e via.

Ci compreremo qualcosa
al primo negozietto
e pranzeremo al Sacco, tanto più che è una bella giornata.

Ma si, ne vale la pena.
Prenderemo un po’ d’aria, quella buona. E poi è una bella giornata.

Sì, una bella giornata.

NOTE

i.) Poesia presente nella rivista “Microprovincia” (cui ringraziamo il nostro direttore-makkiota Franco Esposito per aver concesso di pubblicarla) n. 42 Gennaio-Dicembre 2004 in “Omaggio alla poesia italiana”;
ii.)  Giovanni Ramella Bagneri è nato nel 1929 a Riabella, nell’alto Biellese ed è morto a Orcesco di Druogno nell’agosto del 2008. Era laureato in lettere e aveva insegnato nelle scuole medie.

Redazione

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