Roscigno, la casa di Dorina e la memoria fatta di pietre

 

Nella miriade di borghi abbandonati che resistono all’interno di mezza Italia, Roscigno vecchia è senz’altro uno dei più suggestivi, carezzato com’è da un portento di luce che acquieta ogni cosa; abbarbicato alle sue forme volubili, ancorché esatte nella loro geometria premoderna.

È un antico paese che la storia a stento ricorda. Poco a poco è caduto in rovina: qua un intrico di vicoli in progressivo ritiro, adorni di scolorate insegne di botteghe e fucine; là enormi assi che la parete crollata di qualche casa lascia intravedere; c’è anche una settecentesca chiesa sconsacrata, dirimpetto alla grande piazza degli olmi.

Non è segnato sulle mappe geografiche, come non lo sono molti dei paesi remoti del Cilento montuoso – Postiglione, per esempio, oppure Corleto, Sant’Angelo a Fasanella, Sicignano, Altavilla, Castelcivita, Ottati: borghi solitari di cui non si sospetta l’esistenza fintanto che non si decide, colà dove si puote, che sono il posto più adatto all’impianto di una centrale elettromagnetica o di una discarica.

Da una dozzina d’anni Roscigno vecchia ha perduto la sua ultima abitante, Teodora Lorenzo, chiamata Dorina da tutti e per sempre. Da allora le sue case marciscono in silenzio, come le vie corrose dall’azione alterna dell’acqua e del sole, come il cimitero con una sola lapide e ridotto a pascolo di cani.

Tuttavia, la vista di queste rovine non ispira una malinconia pari a quella che destano i luoghi inscheletriti, le lande più fosche. Il forestiero che per caso giunga al borgo da subito lo crederebbe disabitato, e può darsi che lo sia, ma la vita e il movimento continuano a svolgervisi tranquilli, senza che li si sospetti perché occorrono occhi preparati al prodigio per scorgerli, e capacità di parlare alla polvere che il tempo ha maniacalmente sparpagliato, e fiducia in ciò che sfugge alla forza immediata dei sensi, dal momento che d’un tratto l’invisibile potrebbe mettersi a parlare. E lo farebbe spontaneamente, a quel modo della luce che illumina le cose e tutte le scalda e le agita, senza alcuna sollecitazione.

Nascosto fra gli spuntoni degli Alburni, Roscigno vecchia domina le pendici del monte Pruno, e insiste su una terra malferma, incisa dai gomiti dei fiumi che ne hanno compromesso in perpetuo la stabilità. Il paese è infatti un declivio che ha ingaggiato una sua personale lotta contro le mosse della terra, contro il rodìo insistente e continuo del suolo, contro la frana che è la minaccia due volte secolare con cui hanno convissuto i nativi, almeno fino a quando non fu intimato l’abbandono del paese. Del resto, il sindaco era stato chiaro: il trasferimento doveva avvenire al più presto per non incorrere in spese per il disseppellimento di cadaveri di molto superiori a quelle richieste per il trasloco. Sicché, l’uno via l’altro, gli abitanti che nel frattempo non erano emigrati si trasferirono a monte, là dove si stava costruendo Roscigno Nuova. A muoversi furono le famiglie benestanti, che avevano potuto costruirsi altre case, e quelle poverissime cui la terra tremolante aveva portato via ogni cosa e che, in qualche modo, beneficiarono dei pochi metri di suolo nuovo concessi loro.

L’esodo più consistente si verificò a partire dagli anni ’60 del Novecento, benché le prime disposizioni per lo sgombero del borgo in imminente pericolo di rovina risalissero agli inizi del secolo. Era accaduto che sul finire dell’Ottocento le stradine del paese erano state occupate dall’acqua che scendeva incontenibile dalla collina, formando rivoli e pozzanghere che intaccarono le fondamenta delle case. Nei punti in cui il terreno si abbassava come cedendo a una pressione si formarono fosse di raccolta che non avevano possibilità di scolo. Così andò nel Lòntaro, la grande piazza trasformata in un pantano insalubre a causa dell’abbassamento del suolo. Gli abitanti però seguitarono a frequentarla; come fecero con la chiesa, nonostante i regolari crolli; e continuarono a prendere l’acqua dal pozzo, poco più in là della piazza, con la stessa tenacia con cui abbattevano i muri pericolanti delle loro umide dimore e li ricostruivano senza requie. Essi si abituarono alla instabilità del suolo sopra il quale si svolgeva la loro vita come a un’ineluttabilità contro cui non potevano far niente. D’altronde la frana non era mai stata il peggio: il peggio era la miseria, invincibile e perpetua, che c’era sempre stata, esattamente come la frana. E, anzi, pareva che si muovessero insieme, che mimassero una danza macabra di cui i roscignoli avevano ben appreso i passi. Il paese dirupava e gli abitanti si indebitavano per le continue perdite, per i muri caduti e i solai sfondati da ricostruire almeno una volta all’anno. Si addestrarono, in breve, a sopravvivere fra pareti accidentate, a non far caso a un quieto stile di terremoto che fluttuava sotto i loro piedi.

Fu anche per questa abitudine alla morte che alcune famiglie preferirono restare nel borgo vecchio, specialmente quelle che vivevano a monte della piazza, le cui case erano state danneggiate solo un poco dalla frana. E quelle in attesa che di là dal mare venisse l’aiuto degli emigrati. Quando anche gli ultimi resilienti se ne andarono, restò colei che non volle mai saperne di spostarsi. Dorina, spogliatasi dell’abito di monaca preso da giovinetta, era tornata al paese convinta che se Dio era in cerca di lei avrebbe potuto trovarla più facilmente fra gli olmi o in mezzo ai dossi, che non in un tetro chiostro. Così, non fu mai pronta a lasciare la sua casa declinante, nemmeno quando lo scricchiolio delle travi e un clop clop continuo l’avvertirono che l’acqua era ormai dentro. Né parve interessarsi ai fossi nel pavimento, così simili a risucchi della terra che cominciava a tirare in basso ciò che forzatamente era stato spinto in alto. Dorina resisteva – dietro le faticava un vecchio cane, tutto duro dai reumi – mentre intorno la pietra sottomessa controvoglia e poi lasciata indifesa riprendeva a farsi colonizzare dai muschi, dalle violaciocche, dal cardo selvatico. Come un medicamento, sul quale sfrecciava alla cieca la luce del sole.

E’ morta nel 2000. La casa le è sopravvissuta per oltre un decennio. Poi, lo scorso inverno, il tetto non ha retto a un’altra stagione di piogge, e con il crollo del solaio s’è sventrata tutta, e ora come in pena dà in pasto ai visitatori anche le quattro masserizie restate al suo interno.

Il grido d’allarme c’era stato. Alcuni giovani del posto – gli stessi che da tempo custodiscono la storia del borgo: fra gli altri, Antonio Crisci, Roberto Vito Gerardo, Katiuscia Stio, che hanno continuato i lavori di recupero della memoria avviati da Maria Laura Castellano; e lo stesso giovane parroco, don Nicola – l’avevano detto che bisognava spicciarsi per mettere in sicurezza la dimora di Dorina, che non si poteva sprecare nemmeno un minuto perché il persempre era ormai diventato cortissimo. Il risultato è stato un frastuono di silenzio da parte delle istituzioni, sorde due volte sorde al recupero di luoghi in frantumi, assimilandoli a rimasugli di una storia che non interessa più a nessuno.

Al contrario, i paesi abbandonati potrebbero divenire il luogo di una riflessione generale, di una poetica dell’abbandono, per dirla con Vito Teti, fondata sulle rovine, in apparenza fuori dal tempo – invisibili, diremmo – eppure perfettamente riconoscibili. Così, le rocce invalicabili, i ruderi, i resti delle case esplose nell’abbandono sono in grado di parlare molto meglio delle forme precise e salde delle nostre città, ormai in preda ai deliri di un progresso che si credeva inarrestabile e che, invece, è imploso, marginalizzando intere porzioni di società. Invisibili anch’esse.

I luoghi erosi sono lo specchio di un’Italia frangibile e pericolante – un’Italia trascurata, ai margini, sempre più offesa – le cui lente profondità poco a poco si consegnano al suolo, alla sua fiorente collezione di morte. Pure, essi dicono di un passato ormai in pietra di cui siamo parte e verso il quale il nostro debito è enorme. D’altro canto, l’avvenire non può fare altro che impigliarsi nell’origine: un’origine sgraziata, non vista e non scoperta, eppure placidamente esposta.

(Pubblicato da Il Mattino, Lunedì 26 agosto 2013)

 

 

Carmen Pellegrino

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