Sulle tracce dello spopolamento: i favolosi anni Cinquanta

 

 

periferia

 Casa, appartamento, alloggio, palazzo, palazzina e condominio. Usiamo spesso queste parole come sinonimi e l’elenco potrebbe essere ancora lungo e sfaccettato. L’ambiguità dell’italiano moltiplica i significati dell’oggetto casa (per restare all’oggetto) a seconda non solo degli aggettivi che accostiamo al termine, ma soprattutto in base a chi lo utilizza.

In tema di palazzi, se, come me, siete nati in provincia e ora vivete a Torino, i palazzi sono sempre palazzoni. Se invece abitate in una palazzina liberty alla Crocetta gli stessi sono orrendi casermoni. Ma se, ancora, siete nati e cresciuti alla Vallette, bene, allora il palazzo è semplicemente il vostro condominio. È il nostro sguardo a modificare la realtà, o, meglio (non dico certo una novità, il concetto è piuttosto scolastico), la realtà esiste solo nel linguaggio e il linguaggio dipende dal nostro sguardo. Allora leggendo e rileggendo la letteratura sulle migrazioni, a cambiare sguardo, si trovano piccoli e involontari riferimenti alle dinamiche di spopolamento/ripopolamento. In un vecchissimo saggio sulle migrazioni meridionali nel secondo dopoguerra (Luciano Cavalli, Gli immigrati meridionali e la società ligure, 1964), il mio sguardo ha interrotto la lettura a questo punto:

“Nei paesi più grandi e nelle cittadine, vanno ad abitare nella zona alta, come a Sanremo, e riattano le pittoresche case di cui solo ora si riscopre la bellezza. Qualche volta nelle cittadine hanno anche la possibilità di ottenere delle case vere, case popolari, come per esempio succede a Ventimiglia e a Bordighera, con grande dispetto dei nativi”

Dunque, le case VERE sono gli appartamenti delle popolari e le casupole (eccone un altro) dei centri della zona alta sono pittoresche. Pittoresche quindi buffe? Folkloristiche? Forse è per questa ragione che il recupero delle casupole abbandonate non arreca disturbo, mentre la casa agli immigrati – l’appartamento, quello VERO – delle popolari genera fastidio fra gli “autoctoni”, ieri come oggi? In quegli anni nelle città, grandi e piccole, nascono le periferie urbane, piene di case VERE, che rimpiazzano i prati, quei prati tanto amati da Pavese perché distendevano lo sguardo. Nascono per l’esigenza di stipare la forza lavoro, per lo più immigrata, a discapito di qualunque altro ambiente ci fosse prima. Non a caso nel loro celebre saggio – citazione obbligata di qualunque studio sulle migrazioni (F. Alasia e D. Montaldi, Milano, Corea, 1960) – Montaldi e Alasia scrivevano a proposito dei quartieri operai milanesi degli anni Cinquanta (le cosiddette coree che terminavano nelle campagne):

“E sul podere c’è un cartello piantato:”Si vende a lotti, rivolgersi ecc.”. Così che al confronto , è certamente la sua, quella del contadino, la situazione fuori luogo, legato com’è a una terra in vendita, indigeno tra immigrati che lavorano ad ore e a salario mentre lui si trova condizionato da beni di natura che non rendono. La sua posizione di crisi è ancor più rivelata dal contesto, la sua costrizione dalla libertà di movimento degli altri – popolo improvvisato che ha tagliato con le proprie radici, che riesce a vivere delle briciole dell’arricchimento che provoca.”

Ma per quanto improvvisato, questo popolo si sentiva al posto giusto. Magari confuso, diviso tra nuove e vecchie identità, ma al posto giusto. L’esodo dalle campagne, non è stato solo un processo economico e politico calato dall’alto, ma anche e soprattutto un fenomeno che ha trovato adesione dal basso, un’adesione animata spesso dal desiderio di cancellare dalla vista terre e paesi d’origine. Pietro, intervistato da Flavia Cumoli a Sesto San Giovanni (F. Cumoli, Un tetto a chi lavora, 2012) si esprime così:

Al mio paese o contadino o contadino, a me far quella vita lì non piaceva, non c’era industria, non c’era niente.[…] Ma a me piaceva quando sentivo le sirene. […] Sentir ste sirene suonare al mattino presto, a mezzogiorno, alla sera, era qualcosa…era favoloso.”

E Rino invece (sempre nel libro di Cumoli) racconta:

“In quel rione lì non c’era niente […] noi abitavamo lì nel primo palazzone che hanno costruito, che lì non c’era niente. Il primo palazzone era un grattacielo, nove o dieci piani, noi abitavamo al terzo piano, in affitto, soldi non ce n’erano. […] Ma per me che ero nato nell’ultima frazione che aveva creato Gesù Cristo, e che eravamo sette in famiglia e due biciclette, è stato qualcosa di fantastico, vedere i miei fratelli che avevano cominciato a lavorare in una cooperativa dentro la Breda e poi successivamente alla Breda stessa, poi io stesso in una grossa fabbrica, alla Falck Unione…”

E se ai tempi dei tempi moderni scanditi dalle sirene, i quartieri operai, nel bene e nel male, una funzione l’assolvevano, non andando oltre al mangiare/dormire/lavarsi tra un turno e l’altro, oggi è difficile rintracciare il senso degli appartamenti nei condomini-palazzoni-casermoni.Per non parlare dei palazzoni nei piccoli paesi di collina o di montagna dove di fabbriche non c’è mai stata nemmeno l’ombra.Vendere e costruire, costruire e vendere il sogno della modernità ha assunto negli anni Cinquanta/Sessanta (anche) la forma dell’appartamento.  In città, in collina, in montagna e al mare. Un favoloso e fantastico appartamento…vista palazzoni.

Laura Marchesano

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>