Una storia di gomma

L’Italia del tennis non ha mai avuto un vero boom. Qualche risultato ha fatto eccezione, certo: alcuni successi di Pietrangeli, poi gli exploit di Panatta e dei moschettieri di Davis negli anni Settanta; più di recente quelli di Schiavone e Pennetta, poco altro. Sull’onda di un altro boom però, il Miracolo economico, l’Italia del tennis si è guadagnata comunque il suo posto al sole: non per una storia di meriti sportivi, ma di scarpe sportive. Le Superga, tomaia in tela e suola in gomma vulcanizzata: di nome scarpe da tennis, di fatto scarpe da tempo libero per eccellenza. Antenate delle sneaker d’oltreoceano, il loro nome creava un cortocircuito tra prodotto, marchio e fabbrica, la Superga appunto, di cui erano la vetrina. Ma, come tutte le vetrine, anche la Superga aveva una bottega, la fabbrica, e un retrobottega: Borgo Vittoria, Torino Nord.

I retrobottega è raro siano posti ordinati, coerenti, tirati a lucido. Mai noiosi, sommersi dalla chincaglieria del tempo e caratterizzati da una storia spesso travagliata e quasi mai lineare. Borgo Vittoria, quartiere disegnato dal Piano Regolatore di inizio Novecento con la lottizzazione dei poderi delle numerose cascine della zona, somiglia a un vecchio solitario, un centenario accidioso, cresciuto per conto proprio, anche a causa di un certo isolamento dal resto della città. Essendo un quartiere umano, molto umano, anche Borgo Vittoria ha i suoi organi.

Il corpo del quartiere

Borgata Tesso è il cervello, la ferrovia Torino-Ceres e le Officine Savigliano a proteggerlo come una scatola cranica. È un labirinto di case basse, le facciate sberciate fine-Ottocento, che nascondono quinte di cortili interni fuori tempo, avvolte in strette vie di ciottoli come dendriti e sinapsi, grigie come deve essere la materia grigia. Borgata Tesso era la vecchia Barriera di Lanzo, il cervelletto in piazza Baldissera, dove correva la cinta daziaria del 1853. A separare i due lobi, via Giachino lungo la quale sono nate le prime case da reddito della zona: casa Rovei e casa Hanuel. Proprio a cavallo tra XIX e XX secolo, questo è stato il polo di sviluppo dell’intera area, grazie al canale della Ceronda, che da Lucento convogliava energia idroelettrica alle fabbriche che nascevano a ritmo via via più frenetico tutto attorno. Oggi quelle fabbriche e i loro fumi neri non ci sono più, tuttavia il grigio sporco, che ricopre case e strade come galaverna, non è un’eredità notturna.

Il cuore, per il formicolare della cangiante umanità che vi pulsa ogni giorno, è il mercato di piazza Vittoria, che dà il nome all’intero quartiere. A inizio Novecento, questo era un mercato monocromo, di soli prodotti a filiera più che corta: attorno c’erano solo campi e orti, non si vendeva altro. Poi gli orti sono tramontati, mentre albeggiavano le prime fabbriche, fino a diventare la dispensa delle famiglie di operai. Oggi i banchi ricoprono lo spazio attiguo alla chiesa Nostra Signora della Salute, costruita a fine Ottocento dove l’esercito piemontese, quasi due secoli prima, aveva respinto le truppe francesi. L’imponente edificio, dalle influenze eclettiche, sembra nascondere e proteggere la piazza adiacente e le vie attorno, brulicanti di prodotti e profumi, accenti e generi merceologici, nel tempo diventati tanto policromi da fare impallidire per varietà i più celebrati quartieri “multikulti” del centro.

Nei pressi di ogni muscolo cardiaco circolano arterie e vene. Sono la vecchia ferrovia della linea Torino-Ceres e la giovane ciclopedonabile della Spina Reale. La prima ha iniziato nel 1868 a portare su e giù dalla stazione Porta Milano, passando per la stazione Dora, fino a Venaria per poi toccare via via Caselle, Ciriè e Lanzo ed essere completata fino a Ceres, che s’era già fatto il Novecento. La seconda, aperta negli anni Novanta, segue il tracciato dell’arteria ferroviaria, fino quasi a Venaria Reale. A entrambe Borgata Tesso ha sempre dato le spalle, troppo intenta a tener fermo il tempo dentro, per interessarsi a quanto accadeva fuori.

Borgo Vittoria, un quartiere umano, molto umano: duttile e malleabile, come molti uomini; ma impermeabile ed elastico, più di molti uomini. Un quartiere di gomma.

 

Una fabbrica di genere

Dire gomma a Borgo Vittoria, significa Superga. Nata nell’autunno del 1911, come Società Anonima per Azioni Walter Martiny, dopo alcuni cambi di assetto e di nome – prima Frigt (Fabbriche Riunite Italiane Gomma Torino), quindi Superga – la sua produzione si è presto concentrata proprio sulle calzature in tela, con suola in gomma vulcanizzata, declinate in diversi modelli per altrettante attività all’aria aperta e sportive. Dopo la Seconda guerra mondiale, durante la quale lo stabilimento è stato bombardato ed è stato un centro della Resistenza torinese, è arrivata la fusione con la Pirelli; era il 1951, e da allora la produzione ha continuato ad accelerare fino alla seconda metà degli anni Settanta, quando l’azienda ha subito la crisi del sistema industriale. Ma la storia della Superga, oltre a essere una storia di gomma, è una storia di genere: per molto tempo, infatti, oltre l’80% dei dipendenti erano donne.

Oggi, il Reparto 52 è un giardinetto con fontana. Nonostante l’aspetto piuttosto anonimo, è diventato un punto di riferimento per i residenti della zona, soprattutto per le numerose ex operaie che ancora vivono da queste parti. Per alcune di loro, durante una pausa sulla strada di casa, le borse del supermercato a terra, arrotolare il tempo e tornare a quegli anni è un gesto automatico:

-       Elsa, tu che hai la memoria buona: il reparto 52 era il più grande, no?

-       Sì, così mi pare. C’erano sei giostre, e noi eravamo in dodici.

-       Tutte a fare gli stivali, le giostre rotonde che giravano senza mai fermarsi.

-       Un solo modello di stivali, due colori, marrone e verde, e non mi ricordo quanti numeri.

-       Nove, mi sembra.

-       Sì, nove numeri, dal 39 al 47, anche se noi li contavamo al contrario.

-       E ogni giorno c’era da diventare lorde, con quelle giostre. Quasi mille paia di stivali al giorno dovevano uscire.

-       960 paia al giorno, questo ce l’ho ancora stampato nella testa.

-       In piedi e senza mai sedersi, a pensarci adesso mi viene freddo.

-       C’era chi infilava la forma di ferro dello stivale dentro la giostra…

-       … Quando la forma girava sulla carrucola, c’era chi infilava la fodera, chi la bagnava, chi metteva la colla…

-       Poi l’etichetta, la tomaia di gomma.

-       Allora si rifilava, si aggiungevano i listini e la suola, sì. Tu dov’eri Annamaria?

-       Ah, io ero al collaudo finale. Toglievo gli stivali dalla giostra, controllavo che non ci fossero difetti. Quelli da aggiustare li mandavo indietro alla caposquadra e poi finivano tra le cose di seconda scelta.

-       La caposquadra, bella vita la sua, l’unica aveva i tappi alle orecchie.

-       Per questo forse a me non mi sentiva quando la chiamavo, che dovevo andare in bagno e avevo bisogno del cambio. Una volta, lei non so se non mi sentiva per davvero o faceva finta; io però non resistevo più e, cosa dovevo fare? Sono andata senza nessuno che mi avesse dato il cambio. Sono finita subito dai superiori.

-       Eh il bagno, cosa si aspettavano, che fossimo di gomma e ferro anche noi? In otto ore di turno, avevamo giusto quei dieci minuti a cavallo della pausa per mangiare.

-       Non fatemi perdere il filo, però. Stavo dicendo degli stivali. Tutti gli stivali a posto, li mettevamo poi in forno, a cuocere come il pane.

-       Usciti dal forno, si tirava via la forma di ferro e lo stivale era fatto.

-       Sì, ma prima, che fatica, quando c’erano ancora i ferri negli stivali, a spostare i carrelli.

-       I carrelli, non farmici pensare: mai che gli facessero la manutenzione alle ruote, mai che girassero bene. Una volta mi sono strappata un muscolo, nell’avambraccio sinistro: in infermeria mi hanno dato due settimane da stare a casa per infortunio.

-       All’inizio era così, poi pian piano al nostro posto ci hanno messo i macchinari.

-       Peggio dei carrelli, erano però gli odori, solvente e gomma bollente.

-       Mamma mia gli odori. E il caldo, te lo ricordi Teresa, che caldo che faceva là dentro?

-       Oh sì, era il forno. D’estate poi, era la morte.

-       Io tra dentro e fuori, mi sono presa tante di quelle bronchiti, almeno tre volte l’anno. Poi un giorno, che stavo proprio male, il medico mi ha mandato a fare degli esami e mi hanno detto che avevo la bronchite cronica.

-       Davvero Annamaria? E poi?

-       Da quando ho smesso di lavorare, è passata.

-       A me però l’odore della gomma non è mai andato via di dosso. Almeno, così mi sembra a me. Mio marito mi dice che ho solo delle paturnie, ma io me lo sento ancora sempre addosso. Come quando tornavo dal reparto, mi facevo la doccia, e dopo puzzavo di gomma come prima.

Le operaie, i loro gesti quotidiani: una storia spesso messa al confino, in un cassetto da non aprire. Per la festa della donna del 2012, però, proprio nel giardinetto dove c’era il Reparto 52 della Superga, l’artista Cosimo Veneziano ha presentato un monumento dedicato alle operaie della Superga: sulle pareti della fontana, sono state installate quattro lastre metalliche, ognuna delle quali riproduce un movimento quotidiano tratto dalle mansioni di Annamaria, Elsa, Teresa e le altre. L’opera, dal titolo Questo è dunque un monumento?, è la prima in Italia dedicata al lavoro delle donne. Un “vuoto di memoria” che non rappresenta un’eccezione, in un Paese dove anche la storia pare essere duttile e malleabile. Una storia di gomma.

Redazione

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