Visita a Torri Superiore

Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Alberto Bosi su TORRI SUPERIORE (Ventimiglia), con le sue parole “un esempio particolarmente notevole di come sia possibile far rivivere un borgo abbandonato dando nello stesso tempo ad un gruppo di persone la possibilità di vivere in modo alternativo e – si spera – migliore.”

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Domenica 20 maggio 2012 un gruppo di una ventina di coraggiosi amici cuneesi ha sfidato un tempo da lupi (persino qualche fiocco di neve sul colle di Tenda) per visitare l’ecovillaggio di Torri superiore presso Ventimiglia. Non si trattava solo di una visita turistica con relativo pranzo (peraltro molto gradito): l’intento era piuttosto quello di capire qualcosa sul funzionamento interno della comunità, sulla sua organizzazione, sulla dimensione umana e su quella economica dei rapporti, in una parola sulla possibilità di “una vita comunitaria alternativa sostenibile nel lungo periodo”: e considerando che Torri esiste da più di vent’anni (sia pure con notevole ricambio dei componenti) questa era senza dubbio l’occasione adatta.

Torri superiore è un complesso di edifici di origine medievale, di un tipo caratteristico dell’entroterra ligure, alti e molto addossati anche a scopo di difesa (da ciò appunto il nome di Torri) a monte di Bevera (che è anche una stazione ferroviaria della Cuneo-Nizza), comune di Ventimiglia.  Nel 1989 il complesso era ormai completamente disabitato e fatiscente; in quell’anno  un gruppo di persone vi si è insediato cominciando a ristrutturarlo, costituendosi in associazione e acquistando volta per volta parti del complesso che in tutto comprende più di centosessanta vani (molti dei quali semplici bugigattoli), dai proprietari locali. La ristrutturazione, per più di vent’anni il principale impegno pratico della comunità, si può dire ora quasi completata: per chi conosce il degrado di molti borghi dell’entroterra ligure, è veramente un piacere vedere rifiorire la vita tra queste alte mura, sentire i bambini giocare come una volta negli stretti carrugi . La comunità comprende attualmente ventinove persone, di cui dieci bambini; circa metà dei componenti sono stranieri, prevalentemente tedeschi. Torri superiore coltiva parecchi appezzamenti di terreno (per lo più molto ripidi, a terrazze) nei dintorni, prevalentemente oliveti e orti i cui prodotti vengono impiegati per il cibo della comunità e inoltre per un ristorante tipo agriturismo, che fornisce il principale introito economico della comunità, insieme ad alcune camere che vengono affittate, e al contributo economico di alcuni che lavorano fuori. Torri superiore fa parte della rete italiana degli “ecovillaggi” (vedere su Google sia per quest’ultimo termine, sia per il sito di Torri superiore, con elenco completo e aggiornato delle iniziative). Personalmente ho conosciuto Torri superiore un anno fa, frequentando un corso di “permacultura” residenziale di due settimane. La permacultura non è solo  agricoltura: in sostanza è una “filosofia” dei rapporti tra uomo e ambiente, uomo e territorio, che comprende oltre all’agricoltura l’etica, l’economia e l’architettura. L’idea generale (formulata una trentina d’anni fa in Australia per opera di Bill Mollison e David Holmgren, e in seguito diffusasi in tutto il mondo, anche in connessione con il movimento delle “transition towns” ) è di rendere possibile un rapporto sostenibile tra uomo e natura, e anche tra uomo e uomo. Anche per questo è strettamente (anche se non necessariamente) collegato con la permacultura il tema della vita comunitaria, e in particolare degli ecovillaggi. Mentre nei villaggi tradizionali si nasceva e si viveva in un posto non scelto, gli ecovillaggi vengono denominati “comunità volontarie” proprio perché frutto di una scelta, scelta di luogo e di vicini con i quali abitare. Non penso che Torri sia l’unico modello possibile per ridare vita a qualcuno dei tanti borghi abbandonati o quasi che  costellano il nostro Paese: direi che si tratta di un modello particolarmente ambizioso e impegnativo, che tuttavia ha mostrato la capacità di resistere e di espandersi. Proprio per questo c’è molto da imparare per chi si ponga a contemplare progetti analoghi, anche meno ambiziosi.

 

Qui di seguito trascrivo due documenti:

1)Il primo è una pagina scritta di getto sotto l’impressione della mia prima visita a Torri, nell’aprile del 2011

2) il secondo  è un riassunto personale senza pretese di completezza di due lunghi colloqui che il nostro gruppo ha potuto avere con Lucilla Borio e Massimo Candela, memoria storica della comunità e curatori di numerosi corsi di formazione offerti dall’associazione. Ho qui mescolato i loro contributi, collegando senza soluzione di continuità le nostre domande e le loro risposte.

 

1)

In una gloriosa giornata di primavera, in un’ora scarsa siamo andati a piedi a Torri dalla stazione di Bevera.Accanto alla strada, molte serre, alcune enormi; in passato usate per i fiori, ora vi intravvedo asparagi e altro, ma molte mi paiono vuote. Colpite dalla globalizzazione: si fa prima a portare rose ad Amsterdam con l’aereo dal Kenia piuttosto che da Ventimiglia col camion.

La comunità fa un’impressione complessivamente positiva, volti distesi, sembra un paradiso per i bambini : tra l’altro, c’è una scuola elementare a poche centinaia di metri, quando vanno alle medie uno scuolabus li porta a Ventimiglia. Problemi coi giovani – questo tallone d’Achille di tutte le comunità del genere – ancora pochi, comunque chiaramente non si tratta di una comunità chiusa, un paio di ragazzi cresciuti qui sono già a studiare a Genova o Torino. Nelle comunità chiuse a un certo punto i giovani si ribellano dicendo: OK, queste sono le vostre scelte, ma noi vogliamo anche scegliere, dire la nostra, non necessariamente nella vostra linea.

Permacultura: è in sostanza l’idea della chiusura del cerchio energetico, sull’esempio dei cicli naturali. Restituire alla terra quello che le si è tolto, con l’aiuto del sole, invece di lavorare in costante squilibrio energetico appoggiandosi ai combustibili fossili, ai concimi chimici, fitofarmaci ecc.  In sostanza è l’idea di poter continuare all’infinito a coltivare sulla stessa terra, senza esaurirla: mediante anzitutto la tecnica delle rotazioni e quella delle consociazioni, che anch’io nel mio piccolo cerco di praticare. Massimo confessa che la comunità è ancora ben lontana dall’aver raggiunto questo obiettivo, anche se cerca di avvicinarsi sempre più. L’estensione degli orti effettivamente coltivati non sembra essere molto grande, non ho esaminato nel dettaglio gli orti. Vedo in uno ciuffi di calendula – una tipica pianta che difende contro gli inseti – lasciati apposta in alcune aiuole a cumulo dove si pianteranno tra poco i pomodori. L’idea di fondo enunciata da Massimo mi sembra corretta: se la monocoltura è la tendenza dell’agricoltura moderna, è anche un vicolo cieco, un andare contro natura, un creare laboratori per moltiplicare e selezionare i ceppi di batteri e di insetti più dannosi, che rendono impossibile coltivare senza una continua assistenza farmacologica (proprio come avviene anche per gli umani: pensiamo agli antibiotici) la permacoltura tende esattamente in direzione opposta, tende cioè a ripristinare il massimo di diversità, di complessità dell’ambiente, in modo che ogni agente nocivo si trovi dei potenziali o reali antagonisti. Non si tratta di eliminare gli agenti nocivi, ma di convivere con essi, sfruttando la tendenza dell’ecosistema, se sufficientemente complesso, a trovare un punto di equilibrio assestandosi in esso. Naturalmente la permacoltura non sarà mai produttiva come l’agricoltura convenzionale, in termini quantitativi come anche come perfezione  e uniformità delle produzioni; in compenso sarà certamente più sicura in termini ecologici e sanitari. Tra l’altro, la varietà e lo sgranamento temporale delle sue produzioni si sposa con un’agricoltura di consumo diretto piuttosto che con una di produzione per il mercato.

 

2)

Perché le comunità degli anni settanta si sono dissolte? La prima cosa da dire è che vivere insieme non è facile: c’era l’ingenua idea che bastasse avere ideologie comuni e obiettivi comuni per andare d’accordo, ma questo può essere solo il risultato di molta pazienza e di lunghi sforzi. Inoltre, bisogna dire che le qualità di visione utopica e lo slancio che servono per dar vita a un’iniziativa comunitaria non sono necessariamente quelle che servono per mandarla avanti, per gestirla in modo continuativo ed efficace. Anche nella nostra comunità ci sono stati grossi problemi. All’inizio c’era certo un grande slancio utopico, molto entusiasmo, ma gli obiettivi erano tutt’altro che chiari e univoci: alcuni guardavano ad Auroville (la comunità di Aurobindo in India) e a Fulcheri (l’architetto italiano che ha fondato in America un insediamento alternativo nel deserto) altri pensavano piuttosto ad villaggio vacanze o ad  un agriturismo. Quando sono venuti al pettine i nodi, sono cominciati  i conflitti. Alla fine, alcuni dei fondatori se ne sono andati.  E’ stato doloroso, ma forse indispensabile per la continuazione dell’iniziativa.

Del resto, anche quando gli obiettivi sono largamente condivisi, non è detto che non sorgano problemi e conflitti. Dipende  proprio da come è fatto l’uomo: la convivenza , il continuo incontrarsi e sfregarsi con l’altro incide sui nostri punti deboli, sui nostri nervi scoperti. I caratteri sono diversi, c’è chi tende ad occupare molto spazio, c’è chi è timido e si sente non considerato ed emarginato. I problemi oggettivi, le difficoltà finanziarie, tecniche e materiali, contano molto meno rispetto ai problemi di relazione, al problema di andare d’accordo. Se si va d’accordo, si può superare quasi qualsiasi problema.

 

Le riunioni come momento quasi sacro della comunità: è importante che in esse ciascuno si senta riconosciuto e considerato su un piede di eguaglianza rispetto a tutti gli altri. Secondo il metodo che abbiamo adottato, il cosiddetto metodo del consenso, il facilitatore è a rotazione e di solito non vota; il metodo del consenso tende a superare il metodo della maggioranza, il solito rincorrersi di mozioni, il fare fretta, cioè l’urgenza di decidere, che significa votare qualcosa che non si è ben capito cosa sia, in sostanza una delega in bianco alla persona alla quale ci si sente più vicini piuttosto che una scelta consapevole. Invece per noi la cosa più importante è che tutti si rendano esattamente conto di cosa si sta decidendo, che nessuno si senta prevaricato, forzato o preso in giro: in una parola, manipolato, usato come un mezzo per raggiungere fini non suoi, fini di qualcun altro.

A questo proposito conviene distinguere tra concetti che spesso vengono confusi. Da un lato c’è il disaccordo su singole questioni: io voglio i pannelli solari e l’altro vuole invece comprare un campo o costruire un pollaio ecc. Il disaccordo di per sé non è mai conflitto vero e proprio, non è mai un problema: possiamo essere in disaccordo su questioni importanti e continuare a collaborare e convivere tranquillamente. Il problema è quando al disaccordo si sovrappone il disagio, la sensazione spiacevole di non essere considerati, il sospetto di essere manipolati o presi in giro. Spesso nelle riunioni molti non sono realmente informati, non sanno di cosa si sta veramente parlando, magari per colpa loro, perché non hanno letto l’ordine del giorno (importantissimo che l’ordine del giorno sia espresso chiaramente e completamente, senza “varie ed eventuali” a sorpresa) ma magari anche per una deliberata strategia da parte di qualcuno che mira ad una determinata decisione. E’ allora che sorge il conflitto vero e proprio: una volta che sorge, non si può più parlare di facilitazione della discussione ma di mediazione di conflitti, che è una procedura diversa.

Il metodo del consenso prevede che chiunque nell’assemblea abbia il diritto di veto, possa cioè bloccare una decisione sulla quale non è d’accordo. Sembra una situazione chiusa, tale da impedire qualsiasi attività, ma di fatto non è così: questo diritto nelle numerose comunità in cui è applicato viene usato con molta parsimonia, solo in rarissimi  casi. Sicuramente non è un metodo facile da applicare, bisogna essere formati allo scopo, poi accanto al facilitatore ci sono altre figure come il guardiano del tempo, che tiene conto della durata degli interventi ecc. (ci può essere un oggetto che passa di mano in mano, individuando chi ha diritto a parlare volta per volta).

Una questione molto importante fin dai primi tempi è stata quella del rapporto tra il privato e il comune. Non senza difficoltà, abbiamo preso molto per tempo una decisione che poi si è rivelata giusta, di riservare una metà degli spazi del complesso come proprietà privati dei singoli (per lo più famiglie, ma ci sono anche alcuni single), e l’altra metà agli spazi comuni. Naturalmente i primi a essere ristrutturati sono stati gli spazi privati, c’era un interesse comprensibilmente molto forte in questa direzione: ma comunque abbiamo cominciato anche subito a utilizzare gli spazi comuni, anche per fare ospitalità e ristorazione, in condizioni certo un po’ di fortuna. Tempo fa era più facile, oggi la burocrazia è riuscita a complicare ulteriormente le cose.

L’equilibrio tra il privato e il comunitario è importantissimo: pensiamo ad altre esperienze come i kibbutz israeliani , che sono partiti con l’avere tutto in comune per andare verso una crescente privatizzazione. E’ difficile dire cosa sia meglio in assoluto, però nella nostra società l’individuo e la famiglia vogliono i loro spazi. Ad esempio ancora oggi per quanto riguarda i pasti, di solito mangiamo assieme, anche perché troviamo il pasto già pronto dalla cucina comune, ma questa dev’essere una scelta e non un obbligo, se voglio posso mangiare nel mio alloggio, gli alloggi sono dotati di cucina. Ugualmente per i lavori: all’inizio, tutti facevamo tutto a rotazione, come nei kibbutz dei primi anni, poi ci siamo detti che non era il caso, che era meglio che ciascuno facesse il più possibile ciò che gli piaceva fare, ciò per cui era più portato. Così attualmente ciascuno esercita alcune attività preferenziali, anche se poi ci sono dei lavori comuni, degli impegni comuni per tutti. In particolare, ciascuno dei residenti deve coprire due turni alla settimana in cucina e nelle pulizie.

Come si diventa residenti? C’è un anno di prova, monitorato in varie tappe, alla fine c’è una specie di comitato di membri dell’associazione che accetta o meno: l’accettazione non è mai automatica, il giudizio si svolge quando l’interessato è via, per evitare pressioni psicologiche. In realtà i posti sono pochissimi, e questo per una questione fondamentale di spazio, dato che la struttura è piena non può essere ampliata; ci possono essere posti solo se qualcuno va via, oppure se si forma una coppia (qualcuno che va a convivere con un residente).

Quali sono i “doveri” dei membri della comunità? Oltre ai due turni settimanali di lavoro, c’è una somma in denaro per le spese vive, circa trecento euro al mese per il cibo, l’elettricità e gli altri servizi.

Una volta che si è parte della comunità, non si è ancora parte dell’associazione, per quanto sia abbastanza normale che questo secondo passo segua dopo un certo tempo. L’associazione è la proprietaria degli spazi comuni, e una cosa importantissima è che questi spazi comuni, se la associazione si scioglie, non possono essere privatizzati, ma per legge è il tribunale più vicino, quindi il tribunale  di Imperia, a disporne, a beneficio di altra associazione analoga.

Cosa succede se qualcuno vuole andarsene? E’ questo uno dei problemi più grossi per una comunità. In molte situazioni, anche di comunità religiose, chi vuole andarsene non può portarsi via niente, anche se ha lavorato per anni o decenni a vantaggio dell’associazione. Pensiamo che questo non sia giusto,  e anche per questo abbiamo adottato il sistema di riservare una metà della struttura a proprietà privata. Se qualcuno vuole andarsene, ha pur sempre un piccolo capitale a disposizione; può vendere in teoria a chiunque, ma di fatto l’associazione ha una specie di prelazione, anche perché un alloggio così particolare, inserito in un complesso così singolare, non può interessare molto a chi non abbia già un interesse a collaborare con la comunità.

L’associazione comprende anche dei non residenti che hanno contribuito in vario modo nel corso degli anni. Come ho detto, è l’associazione ad avere la proprietà degli spazi comuni, inoltre è la depositaria dei fini e valori fondamentali che hanno animato e animano la nostra impresa: le linee di indirizzo, le decisioni fondamentali, sono tutte responsabilità dell’associazione.

C’è poi la cooperativa, che comprende buona parte dei residenti, ma non tutti perché alcuni lavorano fuori. Questa gestisce la struttura, gestisce i soldi, stipendia i soci che svolgono un’attività: in passato, soprattutto la ristrutturazione dell’edificio, che attualmente è quasi finita; poi c’è l’attività agricola, che nei prossimi anni dovrebbe essere ampliata notevolmente, anche proprio perché quella edilizia è quasi terminata. Inoltre, come ho detto alcuni di noi lavorano fuori: anche loro fanno i turni di tutti, e versano una parte del loro stipendio nella cassa comune, per il resto fanno quel che vogliono dei loro soldi. Insomma, le entità sono tre: la comunità  dei residenti, l’associazione e la cooperativa. Queste tre entità, che hanno una ampia intersezione, creano maggiore complessità, ma rendono anche possibile una maggiore articolazione e libertà della vita comunitaria.

 

Mi si consentano alcune modeste considerazioni finali del tutto personali:

1)Vivere in modo alternativo è possibile

2)Vivere in modo alternativo è difficile non solo per motivi materiali ed economici, ma soprattutto per questioni di relazioni umane

3)Vivere in modo alternativo richiede oltre alla buona volontà un lavoro su di sé e un approfondimento metodologico e allenamento pratico sulla gestione delle relazioni e dei conflitti

4)Vivere in modo alternativo sarà probabilmente sempre più necessario nel futuro, per motivi ecologici ed economici

4)Vivere in modo alternativo è possibile a tanti livelli, a partire da forme blande come il car-sharing (auto in condivisione) e il cohousing (case con spazi e servizi comuni) fino alla comunità vera e propria.

5)Vivere in modo alternativo non sarà mai possibile se se ne parla soltanto senza mai sperimentare nulla di concreto che vada in quella direzione.

Redazione

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